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Borca di Cadore, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi, è un paesino stiracchiato ai piedi dell’Antelao (3264 m s.l.), lungo la statale che porta a Cortina D’Ampezzo.


Chi fosse inesperto di vette dolomitiche, immagini la tipica montagna a triangolo, tutta di roccia chiara, punta innevata nelle mezze stagioni, color rosa acceso al crepuscolo. Fino a settant’anni fa, un ghiaione occupava le pendici del monte, rendendolo inadatto sia alla costruzione sia alla vegetazione naturale.
Questo lo scenario in cui, negli anni ’50, si attivò l’ambizioso e visionario progetto di Enrico Mattei, che pensava ad un Villaggio Vacanze per i dipendenti del Gruppo Eni. A realizzarlo fu l’architetto Edoardo Gellner , con la collaborazione di Carlo Scarpa: in una decina d’anni fu bonificata una zona di 52 km². Furono costruiti una colonia e un campeggio a tende fisse per i figli dei dipendenti, una chiesa, un hotel e un residence e qualche centinaio di villette indipendenti. Fortemente innovativa l’impostazione di Gellner: l’intero villaggio è concepito in uno stretto rapporto fra ambiente naturale e architettura, ad esaltare un paesaggio tutto nuovo, creato dall’uomo.
C’è, forse, qualcosa che stride in quest’opera intraprendente? Un rimando, magari, all’azione pomposa e, quasi, di propaganda? È proprio questa la sensazione che si prova a contatto con i documenti e i filmati dell’epoca, con l’onnipresente immagine del cane a sei zampe. Si tratta della valenza sociale del progetto di Mattei, che pensava allo sfoggio a livello mondiale della modernità, del progresso che l’azienda rappresentava negli anni ‘50. È forse per il decadere del ruolo di essa, dello scadere di questo tipo di mentalità che, sul finire del secolo, il Villaggio Eni ha cessato la propria attività.
Il luogo non perde, tuttavia, la propria unicità e peculiarità, il proprio immenso valore culturale. Continua ad esercitare interesse. Sì, per l’importante esperienza architettonica e sociale che rappresenta; ma anche nella memoria di chi ci ha vissuto e lo sente caro. Motivi per cui, negli anni, non si è ritenuta concepibile una sua riqualificazione: il luogo esisteva come testimonianza di ciò che era stato.
È qui che si inserisce Progetto Borca. Il tentativo è quello di proporre un’azione che non sia contemplativa, ma attiva: lavorare culturalmente, con l’arte contemporanea, dall’interno del Villaggio; proporre una riattivazione concreta e una nuova vita per il luogo. Il metodo di lavoro è innovativo e ambizioso. Con esso si seguono le modalità con cui agisce Dolomiti Contemporanee, da cui il progetto è promosso. Ossia, un lavoro attento sull’economia culturale del paesaggio, che consiste nel riprendere siti dismessi nel territorio dolomitico, in cui indovina e riconosce un grande potenziale. Al sito rivalutato si trova una nuova funzione, per mezzo dell’arte contemporanea, e lo si presenta, così, ad un’attenzione più vasta, che si estende oltre il territorio particolare.
All’interno del Villaggio è stata attivata una Residenza internazionale per artisti, le cui opere rimangono esposte nell’edificio dell’ex-Colonia. Ogni fase del progetto è condivisa su una piattaforma di comunicazione (www.progettoborca.net).
Ora ci si trova a camminare tra architetture spettacolari e studiate al dettaglio, delle quali si cerca di indovinare il fine, la funzione di allora. La vegetazione, che in questo caso era stata predisposta dall’uomo, sovrasta oggi le costruzioni, cerca di nasconderle ed ingoiarle. E, dall’interno, la stessa spinta: tutte le persone coinvolte dal progetto si muovono nel villaggio, ri-umanizzano natura e architettura, dando al tutto un nuovo significato.
 

 

foto: Giacomo De Donà

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