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Un viaggio alla scoperta delle eccellenze del territorio, dei piccoli angoli nascosti e delle aziende che fanno da volano sui mercati internazionali rendendo unica questa terra, con #marcatrevisoinverde e #pdp2016


Più che la storia di un viaggio questa volta viene voglia di scrivere una storia d’amore. Perché di quello si tratta e questo ci hanno fatto scoprire in tre giorni alla ricerca di ciò che il territorio può offrire. Fin dal primo momento amore è la parola che abbiamo sentito più spesso, qualcuno l’ha definito molto meno importante della passione, perché l’amore è per sempre.

Penso sia riduttivo riassumere un viaggio come questo in un singolo articolo, troppe informazioni e troppi dettagli da raccontare. Comincio quindi un viaggio  con le storie d’amore di chi abbiamo incontrato e del rapporto con il territorio  E lo faccio in ordine sparso, partendo dalla storia più intensa, quella che mi ha fatto pensare a quanto tutte le persone che abbiamo incontrato siano innamorate del loro territorio, del loro lavoro e delle loro tradizioni, e quanto lo esprimano intensamente nel raccontarlo. Mi ha colpito, quanto leggere tra le tante citazioni di questi giorni quello che pare essere il motto del territorio: tutto quello di cui hai bisogno è amore, e un bottiglia di vino. 

L’amore per il cielo e la storia della Fondazione Johnatan:

La citazione sull’amore più forte della passione è una citazione del nostro accompagnatore Roberto Tamadini, che ci ha accolto al campo volo della fondazione Johnatan e che supervisiona l’attività volontaristica di accompagnamento comitive e persone all’interno di uno spettacolare museo del volo. Parlava del rapporto tra Giancarlo Zanardo e il volo, e man mano abbiamo capito che aveva ragione. La loro non è una passione, è amore, ed è eterno.

Già mentre ti avvicini scorgi la forma inconfondibile di un Fiat g 91 pan delle frecce tricolori che ti accoglie, dopo lo sterrato, facendoti capire che sei nella direzione giusta. Perché si, sai che stai andando in un aeroporto, ma non vedi la torre di controllo, non senti il rombo dei motori, non vedi luci che lampeggiano. E un pezzo di storia così, il secondo velivolo adottato dalla squadriglia prima di arrivare al Macchi 339, da una  bella emozione, un po' di pepe prima di iniziare.

E’ un viaggio indietro nel tempo fin dai primi momenti, quello che hai davanti, quando scorgi il campo di volo, un  fazzoletto di erba e terra, senti l’odore del combustibile avio nell’aria e scorgi le basse costruzioni militari che circondano l’hangar centrale.

Sparpagliati qua e la veri pezzi di storia ricostruiti nei minimi particolari con una attenzione quasi maniacale al dettaglio, un cura estrema per il particolare e per l’originalità del pezzo, e una attenzione incredibile per la sicurezza in volo, nonostante il fatto che il velivolo più recente abbia esattamente la mia età (North American P-51D Mustang, 1975)

Tra l’altro uno dei miei aerei preferiti, non nego che la tentazione di tornarci per provare a volare su uno di questi gioielli, non quello che è un monoposto, è fortissima.
Il salto indietro ci riporta alla prima guerra mondiale e alla storia di piloti eroi dell’aria, veri e propri temerari che sapevano di avere una aspettativa di vita media pari a 4 giorni. Si, perché quelli erano gli anni in cui si è passati dal lanciare a mano le bombe da tre chili dall’abitacolo sperando di colpire il bersagli ed esponendosi al fuoco da terra ai primi bombardieri a tre motori con mitragliatrice anteriore e posteriore, vere e proprie corazzate del cielo.

Un pezzo di storia e di racconti di vita vissuta, su un terreno su cui davvero si è combattuto e la mattina presto, con la nebbia che si abbassa e il silenzio, riporta indietro al 1909 quando alzarsi in volo su un giocattolo in balsa e tela con un motore che si mangiava 3 chili all’ora di olio era una vera e propria sfida con la vita.

Tutto qui è storia: i 600 metri di Hangar che protegge i velivoli arrivano dall’Inghilterra, sono un campo mobile dell’aeronautica che poteva essere smontato e spostato su qualsiasi fazzoletto di terra sufficientemente lunghi per far alzare volo i velivoli e sufficientemente lontano dalle linee nemiche, sia che avanzassero o che si ritirassero. Il campo con le tende d’emergenza e ogni dettaglio di quel che circonda quest’area lo dobbiamo a Giancarlo Zanardi, il suo amore profondo per il volo, la sua passione per la storia che ci ha portato oggi a volare in sicurezza e divertendoci, e alla sua “dipendenza” dall’adrenalina, quella che ti fa sentire vivo e al settimo celo quando stacchi il carrello da terra e inizi a salire….. 
E ce ne vuole di coraggio e di amore per farlo con l’aereo di fratelli Wright, il primo aereo, senza abitacolo e con una cloche che pare agganciata al nulla e dove conta anche l’inclinazione del tuo corpo e la tua capacità di pilota per stare a cento metri da terra imitando gli uccelli. Nel video qui sotto lo vedete sdraiato su quella che sembra una slitta  a sfidare le leggi della natura e a dimostrare, a rischio della sua vita, che alla fine era vero, poteva volare.
E ci tiene alla sicurezza: un occhio attento su tutti quei pezzi di storia li nota i sensori e i cavi di connessioni di moderne strumentazioni che permettono al pilota di volare in assoluta sicurezza, dispositivi (a partire dall’altimetro) che spesso a quei tempi erano totalmente assenti su velivoli del genere.

Ci tiene ai suoi piloti, pochi e gli unici che abbiano accesso alle cloche: ci tiene  non solo per la strumentazione ma anche per apportando modifiche di alta ingegneria ai velivoli stessi: per garantirne prestazioni e sicurezza. Si interviene sui motori, senza riproporre repliche poco affidabili e altamente usurabili, sostituendoli con tecnologie moderne, affidabili, poco inquinanti e con alti standard di sicurezza. E’ così che velivoli come il Caproni Ca.33Z
del 1914 (attualmente impegnato per il set di una produzione su cui c’è altissima riservatezza per ora, l’abbiamo potuto vedere ma lo potremo raccontare solo dopo la sua pubblicazione) presto avranno sostituiti gli attuali 3 motori da pochi cavalli e raffreddati ad acqua con più potenti motore raffreddati ad aria che diminuiranno il peso e garantiranno maggior sicurezza in volo.

E il coraggio di Giancarlo Zanardi lo cogli in questi dettagli: lui è l’unico autorizzato ad attraversare le nuvole con il Wright Flyer 1-1903M e l’unica modifica che gli ha fatto è stato aggiungere un carrello per facilitare il decollo e diminuire l’attrito che invece ha il pattino (che viene comunque usato in fase di atterraggio). Nessuno strumento, nessuna elettronica e nessun sensore:  coraggio, adrenalina e tanto amore e passione.

Agli umili mortali come me e voi può essere concesso un assaggio leggero sul posto del navigatore all’interno di giornate e momenti da concordare con l’organizzazione e possibilmente dando un contributo volontario  a sostengo del progetto, totalmente auto finanziato e privo di sponsor se non dei fedeli appassionati amici di Zanardi. 

Questo campo è anche la meta gratuita di istituti scolatici e di famiglie, è un luogo aperto dove è possibile venire, chiedere di visitare gli spazi e venir accompagnati alla scoperta della storia e delle epiche imprese dei piloti del passato.

L’amore di Zanardi e la passione per ciò che fa la vedi nei gesti educati e quasi umili, nel suo declinare l’invito ad accompagnandoci nella visita dicendoci che ci attendeva all’uscita ma si doveva occupare di sistemare tutti gli ambienti perché fossero perfetti, correndo da un lato all’altro del campo di volo con la sua jeep d’epoca perfetta in ogni dettaglio.

Il primo pensiero che ho avuto è stato quello di trovarmi davanti ad un generale che in borghese può apparire un maresciallo coscienzioso e cortese a cui viene spontaneo dare del tu, e lui ricambierebbe nella stessa maniera senza fare una piega. Capiresti che è solo vedendo scattare sull’attenti un Colonnello che gli passa accanto. Storie di altri tempi, come quelle che ti raccontano qui, e che dovrebbero essere conosciute da tutti. 

E mentre sistema i pezzi del Blériot XI-2M (1909) che si prepara a partire per una mostra internazionale di aerei storici funzionanti noi veniamo deliziati dalle storie e i racconti di pezzi unici, come il triplano del barone rosso, che a gente come me fan venir voglia di salire e volare, anche se ti spiegano che non vedi la pista, non vedi la prua e non vedi neppure attraverso le ali. La sensazione quando atterri può piacerti e farti paura, dipende. Io riesco solo a pensare che per quanto possa battermi forte il cuore è una sensazione che voglio provare, l’ho sognato fin da bambino, e qui lo fanno davvero. 

Questa storia d’amore tra territorio, propria attività, tradizione che si racconta e si tiene in vita è la prima di alcune storie con cui siamo entrati in contatto in questo viaggio.In tutte queste storie il comune denominatore è l’amore per il loro cielo, la loro terra, la loro uva e ciò che il territorio ha da dare o da raccontare.

Questo è un posto in cui fare tappa prima o poi, dove portare i bambini a sentir raccontare di epiche storie di capitani coraggiosi che si sono guadagnati la stima e il rispetto dell’esercito e dei reparti regolari per il loro coraggio e per il loro senso di patria. Storie di altri tempi, a cui non siamo più abituati, un po’ come la storia di Giancarlo Zanardi e di Caproni, che in tutta Italia mantengono in vita la storia del volo e permettono a chiunque di poter vivere e rivivere le stesse emozioni che ci hanno portato al decollo verticale e ai converti plano.

Merita una visita per uno sfizio personale, ma può essere anche la location per educational aziendali e incentive. Mettere alla prova il proprio coraggio salendo su uno di questi gioielli. 

E’ attualmente l’unico museo del volo in Italia con repliche perfettamente funzionanti, me ne segnalano un altro amici appassionati come me in Nuova Zelanda, questo è sicuramente più accessibile e facile meta di una visita prima o poi.

Dall’amore per il cielo e la storia all’amore per l’ospitalità e la tradizione, passando da un imprenditore generale di un pacifico esercito di eroi dell’aria ad un Conte dei tempi moderni che ti serve da bere un prosecco accompagnandoti nella sua villa palladiana a perderti nella storia del passato e del vissuto di una Las Vegas Italiana che spesso non è raccontata sulle guide turistiche e i libri di storia.

Quella parte del racconto, incentrato sull’amore e sulla passione, che ha reso unici questi territori in cui è bello vagare senza meta passando da una monumentale chiesa settecentesca a una villa in marmo bianco con uno straordinario giardino davanti.

La prossima tappa di #marcatrevisoinverde ci porterà a Ca’ Marcello, altro set di documentari storici e film, e luogo dove l’amore e la passione (oltre che l’azzardo) saranno gli ingredienti di un’altra storia d’amore. 

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