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 Il clima purtroppo sta mutando con una repentinità mai vista. Di chi è colpa?


Oggigiorno, ognuno di noi ormai sa che cosa significa “cambiamento climatico”: ne vediamo e subiamo spesso gli effetti, dovuti ad accadimenti metereologici estremi, oppure sentendone parlare sempre di più dai mass media, che arrivano con il consueto ritardo rispetto alla comunità scientifica, da anni concorde sul fatto che il clima sta mutando con una repentinità mai vista, se comparata alle normali fluttuazioni attraversate dalla Terra nei suoi quattro miliardi e mezzo di anni di vita. La colpa è delle attività umane, che dalla rivoluzione industriale in poi hanno saturato l’atmosfera di CO2, la famigerata anidride carbonica, che, assieme agli altri fratelli gas serra, ha scombussolato le dinamiche atmosferiche, provocando sempre più di frequente fenomeni intensi, improvvisi, disastrosi: dalla siccità alle alluvioni, da estati fredde e piovose a inverni miti, dalla rovina di intere piantagioni per la troppa pioggia (o la troppo poca!) alla coltivazione di prodotti tipicamente mediterranei in aree prima impensabili del Nord Europa.

In una situazione così allarmante, è auspicabile che ciascuno di noi sappia quantificare e cerchi di ridurre gli effetti negativi sull’ambiente derivanti dalle nostre attività. Poiché siamo noi uomini, con il nostro stile di vita, le azioni quotidiane e le scelte che operiamo, a generare la produzione di sostanze impattanti sull’ambiente, servirebbe una metodologia unificata per calcolare l’entità di tale impatto. Esiste un indicatore in gradi di quantificare la produzione di CO2? La risposta è sì: con il termine “impronta climatica” (Carbon Footprint, CF), infatti, s’intende l’ammontare totale di gas ad effetto serra (CO2 e fratelli) emessi direttamente o indirettamente da un’attività, un prodotto, un’azienda o una persona, ed è, quindi, un indicatore del contributo dato al cambiamento climatico. A livello internazionale, sono stati sviluppati due standard volontari che individuano principi, requisiti e linee guida per la quantificazione e la comunicazione della CF: la ISO/TS 14067 per i prodotti, la ISO 14064 per le organizzazioni. Al loro interno si evince che, per perseguire un calcolo completo e veritiero, deve essere considerato tutto il ciclo di vita del prodotto/servizio o l’intera catena di approvvigionamento di un’organizzazione, valutando tutte le fasi e tutti i flussi IN e OUT di materia ed energia, poiché gli impatti maggiori potrebbero essere legati ad esempio all’estrazione di una certa materia prima o allo smaltimento di un determinato prodotto.

 

Nel mondo dell’imprenditoria, la CF è uno strumento molto versatile, che si può applicare a realtà produttive di qualsiasi scala, ma anche ad attività del terziario; il settore del turismo non è da meno e si sta sempre di più orientando a politiche di sostenibilità. La pratica di rendicontazione delle emissioni di gas serra per il comparto turistico sono largamente già diffuse in ambito internazionale: ad esempio, nel Regno Unito esiste l’Hotel Carbon Measurement Initiative che ha lo scopo di rendicontare la CF relativa agli hotel. In Italia, qualche iniziativa è stata intrapresa nell’ambito del programma per la valutazione dell’impronta climatica e ambientale[1] avviato dal Ministero dell’Ambiente il quale, mediante accordi volontari, anche finanziati, con realtà imprenditoriali, mira a calcolare la CF di un’attività e a individuare le possibili misure per ridurla, neutralizzarla ed infine comunicarla nel miglior modo al pubblico. A garanzia della veridicità dei risultati e per dare credibilità all’iniziativa, è fondamentale una verifica di metodi ed esiti da terza parte indipendente, nonché un programma di riduzione e/o compensazione delle emissioni, periodicamente monitorato, che darà evidenza dell’impegno di miglioramento. Esempi in questo senso, il LeFay Resort sul Lago di Garda, il Mari del Sud Resort sull’isola di Vulcano, il modello di isola sostenibile dell’isola Salina nelle Eolie, il Villaggio San Francesco in località Duna Verde a Venezia.

Nell’ottica di offrire un servizio di accoglienza evoluto e rispettoso, lo strumento della CF affianca e completa le altre possibili certificazioni volontarie, a testimonianza delle scelte tangibili verso la sostenibilità ambientale da parte sia dei locandieri che dei viandanti, anch’essi sempre più attenti al mondo che li circonda e che attraversano, per piacere o per dovere, in modo da lasciarlo fruibile, ed anzi migliorarlo, per le future generazioni di viaggiatori.

 

A cura di Caterina Villa – consulente ambientale. Scrive sul blog di www.elseproject.it

 


[1] L’impronta ambientale considera un set più ampio di indicatori, relativi non solo agli impatti sul clima ma anche ad esempio alla tossicità, agli effetti di assottigliamento dello strato di ozono, alla potenziale produzione di piogge acide, etc.

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