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Informazioni

Il territorio del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino è situato nelle Alpi Orientali (Dolomiti Trentino Orientale) e si sviluppa intorno ai bacini idrografici dei torrenti Cismon, Vanoi e Travignolo, comprendendo la Val Venegia, la Foresta di Paneveggio, un'ampia porzione del Gruppo delle Pale di San Martino, l'estremità orientale della catena del Lagorai e una parte della catena Lusia - Cima Bocche, aree che costituiscono Siti di Importanza Comunitaria e Zone di Protezione Speciale all'interno della Rete Europea «Natura 2000». Lo straordinario Gruppo delle Pale di San Martino è uno dei nove gruppi montuosi iscritti nella lista dei beni naturali riconosciuti dall'Unesco, patrimonio dell'Umanità. Il Parco si sviluppa prevalentemente in territorio montano con quote generalmente superiori ai 1500 metri e interessa una superficie di 19.717,46 ettari.

L'area protetta è costituito da ambienti tipicamente montani, ma nell'ambito dei suoi quasi 20.000 ettari sono rappresentati luoghi magici tra i più vari: imponenti pareti di bianca dolomia, verticali dirupi di porfido scuro, curiose forme geologiche, valli impervie, forre scavate da impetuosi torrenti, aridi altipiani rocciosi e piccoli ghiacciai, dolci pascoli alpini e rotonde praterie fiorite, limpidi specchi d'acqua, testimoni di più imponenti e antichi ghiacciai, suggestive e secolari foreste che amplificano le voci della natura e dove non è favola l'incontro con la fauna selvatica. In questa sezione puoi conoscere alcuni degli ambienti più suggestivi del Parco.

Ambienti

L'area protetta è costituito da ambienti tipicamente montani, ma nell'ambito dei suoi quasi 20.000 ettari sono rappresentati luoghi magici tra i più vari: imponenti pareti di bianca dolomia, verticali dirupi di porfido scuro, curiose forme geologiche, valli impervie, forre scavate da impetuosi torrenti, aridi altipiani rocciosi e piccoli ghiacciai, dolci pascoli alpini e rotonde praterie fiorite, limpidi specchi d'acqua, testimoni di più imponenti e antichi ghiacciai, suggestive e secolari foreste che amplificano le voci della natura e dove non è favola l'incontro con la fauna selvatica. In questa sezione puoi conoscere alcuni degli ambienti più suggestivi del Parco.

Le Pale di San Martino

A lungo la regione delle Pale di San Martino rappresentò - come si è visto - una zona di confine fra terre emerse e un mare poco profondo caratterizzato da isole emerse, soggette a erosione, e da zone di bassi fondali in cui si depositavano frammenti di roccia e resti organici: qui si depositarono durante l'Anisico (fra 240 e 236 milioni di anni fa) strati di arenarie rossastre e di calcari grigi, alternati talora ai depositi conglomeratici di Richthofen.
In alcune zone ove l'ambiente marino era più tranquillo, lontano dagli sbocchi di fiumi o di torrenti che intorbidivano l'acqua, ambienti ricchi di vita davano origine ai sedimenti organogeni della Dolomia del Serla. Un tipico esempio di tali depositi si riscontra nel Castelaz. Solo in un periodo successivo (il Ladinico, fra 235 e 230 milioni di anni fa) si formarono le scogliere di Dolomia dello Sciliar , che costituiscono il corpo massiccio delle Pale di San Martino. Poco diversa è la Dolomia della Rosetta, che si formò più tardi in un bacino lagunare chiuso, stratificandosi sull'omonima cima e sull'altopiano delle Pale. Fu quella un'epoca di veloce subsidenza, con la piattaforma anisica che si spezzò in blocchi inclinandosi verso sud e verso est, sprofondando in mare.
La zona occidentale (Pale di San Martino, Marmolada, Latemar, Catinaccio) restava vicina al pelo dell'acqua, mentre il lato orientale (corrispondente al Cadore, Comelico, Zoldano) sprofondava in acque profonde.
Alghe e coralli si accumularono con rapidità in acque ben ossigenate, pulite e tranquille. Mentre la subsidenza continuava, nuove colonie coralline si sovrapponevano alle spoglie di quelle preesistenti fino a raggiungere uno spessore di circa 800 metri. Ne derivò una dolomia chiara, compatta, cristallina, senza stratificazioni: più antica degli altri tipi di dolomia che caratterizzano il settore orientale delle Dolomiti e il gruppo di Brenta. Il processo di dolomitizzazione (che deriva dal doppio scambio di calcio e magnesio fra la roccia e le acque marine) non ebbe ovunque la stessa intensità; tant'è vero che, nelle vicinanze, montagne come la Marmolada, la Costabella e il Latemar hanno mantenuto la loro originaria composizione calcarea.
Il Lagorai

La catena del Lagorai e il massiccio di Cima Bocche sono le ultime propaggini di una grande distesa di montagne scolpite nel banco di vulcaniti della "Piattaforma porfirica atesina".

Le rocce che la costituiscono - e che con vocabolo poco preciso, ma diffuso chiamiamo porfidi quarziferi - sono il risultato di una serie di eruzioni che circa 270 milioni di anni fa, nel periodo geologico del Permiano, da vulcani situati nella zona di Bolzano coprirono tutta la regione fino a Cima d'Asta con ondate successive di lave e nubi ardenti.

Le ceneri e i detriti incandescenti portati da queste ultime produssero le ignimbriti riolitiche, utilizzate oggi per la preparazione dei "cubetti di porfido" (una cava attiva si trova all'ingresso del Parco, presso il Lago di Forte Buso)

Punteggio Protocollo Green PiuTurismo: 0/8


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