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Valli, colline e montagne di questa terra conoscono fin da tempi remoti i passi dell’uomo, come attesta il giacimento paleolitico di Isernia, al piede molisano del Matese. Nonostante le coperture vulcaniche non consentano di ritrovare tracce così eclatanti anche sul versante campano del massiccio, sono stati rinvenuti importanti giacimenti a Capriati al Volturno, Ailano, San Potito Sannitico, Monte Cila e Telese. Alla fine della prima Età del Ferro, mentre la costa tirrenica è interessata da insediamenti greci (Pithecusa, Partenope, Posidonia, Elea), le zone interne sono di competenza etrusca, che fanno di Capua il loro centro principale, avviando la formazione di una civiltà urbana che interessa tutto l’entroterra campano.

Temporali d’autunno, neve d’inverno, rugiada a primavera. L’acqua ha scavato, arrotondato, modellato. Come uno scalpellino lento e paziente, ha disegnato nel calcare del Matese morfologie uniche nel loro genere.
Ai piedi del massiccio ci sono importanti sorgenti, come quelle molisane di Bojano, dove nasce il Biferno, e quelle del versante campano. Piedimonte Matese è noto per l’acqua che sgorga in gran copia dalle sorgenti di Torano e Maretto, usata per dissetare buona parte della regione. E che dire delle sorgenti di Grassano, sito naturale di grande bellezza a poca distanza dal rinomato centro termale di Telese. E poi numerose altre risorgenze, utilizzate fin dall’antichità, come testimoniano antichi acquedotti come quello romano di Faicchio.
Sorgenti cristalline, laghi placidi, tumultuosi torrenti.
Oasi di uccelli migratori ma anche vita per l’uomo e per le sue attività. Ne sono una riprova le centrali elettriche di Piedimonte Matese e di Capriati al Volturno, e quella abbandonata di Prata Sannita, bell’esempio di archeologia industriale.
Qui, alle quote più basse, giunge l’acqua inabissatasi in alta montagna, e porta con sè la storia e la traccia del proprio lento lavoro di erosione. Il calcare modellato dall’acqua custodisce la memoria del tempo. Gole e canyon sono ottime occasioni per coniugare la passione ecologica con il senso dell’avventura. Come nella Gola di Caccaviola, dove, indossato casco e imbraco, ci si può lanciare in tutta sicurezza in un’affascinante e inedita avventura.
E infine le grotte, matrone indisturbate che affondano le proprie radici nel buio della montagna. Basti pensare agli inghiottitoi in quota, come Campo Rotondo, Campo Braca, lo Scennerato, la grotta di Letino. Oppure alle sorgenti di media montagna, come quella di Rifreddo, di Concone delle Rose, di Capo Lete. Piccoli e grandi aperture nella roccia sono gli ingressi di mondi sterminati.
Negli abissi carsici, nelle forme che essi contengono, nei depositi e nei sedimenti, nelle stalattiti e nelle stalagmiti, nelle colate di calcite è registrato il passato del Matese. Nelle grotte il tempo scorre lentissimo, le forme sotterranee sono quasi immutate. È per questo che gli ambienti ipogei contengono la chiave per comprendere la storia e l’evoluzione anche del paesaggio esterno.
Questo è il paradiso degli speleologi, che da decenni esplorano, documentano, studiano e salvaguardano un patrimonio immenso. La speleologia è un fiore all’occhiello del Parco.

L’amante del buon passo qui ne ha per giorni. È pressoché impossibile resistere al fascino delle grandi escursioni.
Un’esperienza indimenticabile è la traversata del Matese, da nordovest a sudest. Il percorso, sempre in cresta, richiede attrezzatura adeguata e allenamento, ma vale la pena. In circa quattro giorni di cammino si attraversa tutta la montagna, si scoprono angoli quasi inaccessibili, valli, anfratti, ingressi di grotte ancora inesplorate, piccoli e grandi canyon.
Questo incantevole itinerario prende le mosse dal paesino di Monteroduni, in provincia di Isernia, per seguire un’antica strada romana scavata sul bordo della profonda Forra di Pesco Rosso, fino a Gallo Matese. Da qui, in bella vista sui laghi di Gallo e di Letino, prosegue dribblando doline e bizzarre forme carsiche, per poi attraversare la rettilinea conca di Campo Figliolo e raggiungere la cresta di Monte Valle Diamante. Verso sud, nel Campo delle Secine, è la sorgente del torrente Lete, che dopo un breve percorso si inabissa in una grotta carsica.
L’itinerario lambisce Monte Ruzzo e con una bella salita raggiunge il maestoso Monte Miletto (2.050 m). Qui sembra di volare: lo sguardo spazia in tutte le direzioni, abbraccia non soltanto il Matese, ma buona parte della Campania e del Molise, e, nelle belle giornate, giunge ai due mari. Poco sotto la vetta si apre un grande circo glaciale, relitto delle ultime glaciazioni, e seicento metri più in basso si vedono il grande polje e gli impianti sciistici di Campitello Matese.
Il sentiero scende verso Colle del Monaco, a poca distanza da località l’Esule, tra eclatanti forme carsiche che annunciano la presenza di grotte. Poi risale verso Monte Crocetta e raggiunge la cima della Gallinola (1.923 m). In basso, verso sud, la grande piana del Lago Matese, tagliata dal Passo di Miralago e dal Fosso di Prete Morto, che si precipita nella Gola dell’Inferno per raggiungere il fondovalle.
Ma l’itinerario si tiene sempre alto: passa per Piano della Corte e per Monte Orso, per raggiungere il valico di Sella del Perrone. Da qui sale fino al Monte Mutria (1.823 m) massiccio e sornione, affacciato sulla valle del Quirino a nord e sull’ampia vallata del Titerno a sud.
Dal Mutria scende verso località Tre Confini e verso Campitelli di Sepino, per entrare in territorio di Morcone o raggiungere l’abitato di Pietraroja.
Ma per conoscere la natura di queste montagne non è necessario compiere l’intera traversata. Se ne può fare solo una parte, oppure inventare varianti.
Per addentrarsi nel Matese basta imboccare uno dei tanti sentieri segnalati dal Club Alpino Italiano. Alcuni di essi partono direttamente dal fondovalle, altri si possono imboccare già in quota.
Alcune passeggiate sono davvero meravigliose. Quella al Monte Janara partendo da Campo Rotondo regala la soddisfazione di raggiungere una cima senza grossi sforzi, e attraversa paesaggi carsici di grande bellezza, con viste sulla Piana delle Secine e sul versante campano del Matese.
Nello zaino ci devono essere sempre acqua, viveri, una giacca a vento, vestiario pesante anche in piena estate, e una buona dose di prudenza. La montagna è imprevedibile: una bella giornata di sole può evolvere rapidamente a temporale, con pioggia battente, vento e fulmini.
Per questo motivo l’ideale è rivolgersi a personale esperto, che oltre al supporto tecnico e all’esperienza, può fornire le attrezzature necessarie ad effettuare un’escursione o un’esplorazione in tutta sicurezza.

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