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L'ultimo rifugio del Poeta - Pier Paolo Pasolini e la Torre di Chia


La torre medioevale che fu di Pier Paolo oggi spunta solitaria tra i boschi di Chia, appena visibile dalla superstrada che da Orte porta a Viterbo.

Una torre simbolo dell’impegno del poeta che scelse come baluardo della sua battaglia contro la civiltà del consumismo, della futilità, della distruzione del paesaggio.

Pasolini si innamorò di Chia frazione di Soriano nel Cimino (VT) nella primavera del 1964, mentre stava visionando i luoghi per girare la scena del Battesimo di Gesù nel film il Vangelo secondo Matteo.

La gola del fosso Castello forma delle cascate e giochi d’acqua dominati dai resti del castello di Colle Casale con un’alta torre detta di Chia, Pasolini pensò che questo fosse lo scenario ideale per girare la scena del battesimo.

È la primavera del 1964 e nel 1966 scrive che vorrebbe andare a vivere in quella torre. Riuscì ad acquistarla tre anni dopo.

Dentro le mura del castello, risalente al XIII secolo, appartenuto agli Orsini, ai Lante della Rovere, ai Borghese, il terreno era stato convertito a orti e pascolo.

Il progetto di restauro, affidato all’amico scenografo Dante Ferretti, è un capolavoro di integrazione nel paesaggio, una casa di pietra e di vetro mimetizzata fra le rocce e nel verde di un dirupo.

Nel 1967 Pasolini scriveva nel finale del poema autobiografico Poeta delle ceneri:

“Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, che io vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare, nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri, e lì comporre musica, l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà”.

Nell’autunno del '70 acquistato il fortilizio medioevale abbandonato, lo trasforma restaurandolo nella sua seconda residenza, dove soggiornerà sempre più spesso negli ultimi anni della sua vita.                              

Nel restauro si preoccupò di «rispettare il confine naturale fra la forma della costruzione e la forma della natura circostante».

Adorava questo posto, che gli amici definivano un luogo da lupi.

Costruì ai piedi della Torre una casetta con grandi vetrate, un luminoso studio e una cucina.

Negli ultimi tre anni della sua vita visse sempre più spesso a Chia, lavorando ad un romanzo, Petrolio (Einaudi), rimasto incompiuto.

A Chia Pasolini dedicò alcuni ultimi versi della Nuova gioventù: usando il dialetto friulano degli esordi,

«Il soreli a indora Chia / cui so roris rosa, / e i Apenìns a san di sabia cialda»

(Il sole indora Chia con le sue querce rosa e gli Appennini sanno di sabbia calda).

Ma i contadini di una volta non ci sono più, se ne sono andati – dice la poesia – «e là dov’erano, non resta neanche il loro silenzio».

Sul Corriere della Sera del 2 Novembre del 1975, quella che era stata una vita di creatività, passione, amore per la letteratura e il cinema, si trasformò di colpo in una drammatica notizia di cronaca:

“Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. È accaduto stanotte a Ostia, a duecento metri dal mare”.

 

Pasolini si batté per la conservazione e la salvaguardia della Tuscia. 

«Quel che va difeso è il territorio nella sua interezza», dichiarò in un’intervista al Messaggero del 1974: «Vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo. Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l’Università della Tuscia». Che venne riconosciuta statale proprio grazie all’intervento di Pasolini.

Così come il suo ultimo romanzo, l’intera opera di Pier Paolo Pasolini è rimasta come incompleta al momento della sua tragica morte, con passi incompiuti, che spetta a noi compiere oggi.

 

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