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ebbene, perfino un convegno può essere un’ottima occasione per visitare una città. anche solo per assaporarla, coglierne le linee essenziali, le geometrie, gli spazi, i profumi, i suoni. anche solo per raccoglierla in uno sguardo, pesarla e giurarsi di vederla ancora, come accade per gli incontri straordinari. vienna si presta splendidamente a questo tipo di sentimento. un’autentica capitale d’europa, un cuore ricco di bellezza e di storia, una storia che ci ha coinvolto per secoli e che continua a coinvolgerci...

è l’OsEAN open forum a offrirmi l’opportunità di un viaggio singolare con un singolare gruppo di compagni. è probabile che mai avrei progettato un viaggio con tutti loro insieme, ma la natura straordinaria del viaggiare sta esattamente in questo. nel lasciarsi dietro, anche solo per un tempo definito, tutto. le proprie abitudini, i propri silenzi, i propri territori e i propri spazi interiori, la propria lingua, le proprie certezze. è il tempo in cui tutto può accadere, tutto può cambiare o ritornare a presentare i conti. il necessario dentro una valigia, un corpo stancato dalla notte troppo breve, l’alba dietro la finestra. si va.

per chi parte da milano città, linate mette in pista due voli intorno alle sette e mezzo del mattino. in un’ora e hop!

 

eh hop, facile a dirsi, quell’ora ha da passare. di solito mi dò degli ottimi consigli, però poi li seguo raramente. alice prendi nota dei passaggi - mi siedo, allaccio la cintura, la hostess mi parla, rullìo poi scorrimento, il rumore mi trapassa le orecchie e hop...

...e hop il corpo se ne infischia alla grande - rispondo a macchinetta, cerco distrazione nella scrittura ma i palmi delle mani cominciano a bagnare i fogli, gli occhi restano ipnoticamente incollati al bianco della carta, le nocche delle dita mi fanno l’occhiolino, una mano gronda acqua mentre l’altra imperterrita mi tiene connessa all’unica azione fisica possibile, la scrittura.

e andrea parla, la turbolenza e le variazioni di altezza mi programmano il respiro, sento l’aria che si attacca alle clavicole e la gola asciugarsi, mi accorgo che il mio corpo vuole muoversi, ho perso la mia moltezza, vero?

e andrea parla e una leggera turbolenza titilla le mie zone erogene, le parole luccicano come un coccio di vetro mentre le alpi si delineano sul foglio azzurro lì fuori, per quanto tempo è per sempre?

e andrea parla e nell’angolo più remoto del mio cervello l’idea di una tracotanza primigenia, il volo. so che sarebbe sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti e allora mi immergo spennata nuda priva di adeguati mezzi in una dimensione che non mi appartiene. io vorrei muovermi in punta di piedi, danzare, ma non posso dio non posso, che le punte dei miei piedini restano miseramente aggrappate a un palcoscenico volante.

tutto è talmente assurdo mentre scivolo nel buco, in questo mondo a rovescio dove il cielo è lì sotto e qui sopra - sopra? - creature sospese da qualche parte in una fiaba volante, un passato che non c’è più, un futuro che non c’è ancora e un presente dilatato infinito senza agganci reali. e allora che strada devo prendere? la risposta è una domanda. dove vuoi andare? non lo so, mi rispondo, c’è solo il viaggio, il percorso, il mutamento, il cambiamento di stato rapido e continuo, non ti attaccare. alzo e abbasso gli occhi e tutto intorno fibrilla, si trasforma con una tale velocità che non faccio in tempo, non faccio in tempo a fermare nulla, che le case i campi le nuovole vanno troppo veloce troppo veloce per i miei occhi di bimba.

alice ma tu ogni tanto impari qualcosa dalle tue esperienze passate o cosa?

cosa.

 

e siamo a vienna.

il timore infantile di trovare cattivo tempo è subito fugato dall’azzurro brillante del cielo, non è neanche così freddo. l’aeroporto wien-schwechat è a circa sedici chilometri dal centro di vienna (wien mitte), raggiungeremo la nostra destinazione con il CAT (city airport train).

mentre io e andrea aspettiamo mappa della città in mano e comodamente seduti che il treno parta, devo subito riconoscere a vienna un’organizzazione e una gentilezza impeccabili, da vera regina. intanto, e potrebbe forse far sorridere, il suo aeroporto pullula di bagni pubblici, potrebbe sembrare una sciocchezza, ma non lo è. donne incinte, madri e padri con bambini, persone anziane o con maggiori difficoltà a camminare per qualsivoglia ragione non devono percorrere mezzo aeroporto per ovviare ai propri naturalissimi bisogni.

il wi-fi è attivo in aeroporto e nelle stazioni CAT, ecco il treno inizia la sua corsa, tra un quarto d’ora circa raggiungeremo la landstraße bahnhof, proprio sotto la cattedrale di santo stefano che vedrò più tardi.

la rete metropolitana di vienna (bahn) contempla cinque linee (U1, U2, U3, U4, U6), il biglietto cumulativo che abbiamo fatto copre l’andata e il ritorno CAT più tre giorni sull’intera rete metropolitana. mentre guardo l’esterno corrermi a fianco, mi pongo la domanda che forse milioni di persone prima di me si sono poste. ma che fine ha fatto la U5?

la storia della U5 ricorda straordinariamente le storie italiche. progettata negli anni sessanta, la sua costruzione è stata continuamente rimandata per mancanza di fondi e nel frattempo le altre linee sono state realizzate. se loro conoscessero il tempo come lo conosco io. scommetto che non ci hanno nemmeno parlato, con il tempo!

siamo in landstraße, capolinea del treno, cambio, U4 direzione schönbrunn. il treno percorre le viscere della città e riemerge a tratti mostrando i palazzi che svettano contro il cielo azzurrissimo. superiamo schönbrunn, prossima fermata hietzing, la nostra.

vienna è suddivisa in ventitrè distretti dal centro verso la periferia, hietzing è il tredicesimo. tanto tempo fa hietzing era un piccolo villaggio. gradualmente invaso dal cemento, come tutte le zone che circondano le grandi capitali, è riuscita comunque a conservare intatte molte delle sue aree boschive. il palazzo imperiale di schönbrunn, il suo parco e il suo giardino zoologico - un complesso architettonico che costituisce uno dei più importanti monumenti dell’austria e patrimonio culturale dell’intera umanità - è situato nel distretto di hietzing. proprietà degli asburgo sin dai tempi dell’imperatore massimiliano II, terminata la monarchia schönbrunn è diventato proprietà della repubblica d’austria.

in hietzing è situato anche il regale appartamento che ci ospiterà per questi tre giorni, nonché l’albergo dove domani e dopodomani si terrà l’open forum. ma oggi è oggi, abbiamo una quasi giornata a disposizione e io sono curiosa come una bambina. così, sistemati i bagagli, sbrigate le formalità d’insediamento, aspettato matteo, sentiti gli amici che devono ancora arrivare, siamo di nuovo fuori, ancora una volta U4 direzione karlsplatz.

qui inizia la vienna pedonale.

il primo gioiello che appare appena riemergiamo dal sottosuolo è la wiener staatsoper, uno dei più famosi teatri d’opera del mondo. detta anche erste haus am ring - la prima casa sulla ringstraße - la staatsoper, la sua splendida scalinata in marmo e le sue statue allegoriche dedicate alle sette arti liberali (architettura, danza, musica, pittura, poesia, scultura, teatro) sono il punto di partenza del nostro giro nell’innere stadt, il cuore di vienna. mi guardo intorno e, mentre aspetto che il semaforo si faccia verde, cerco di immaginare la cinta muraria che proteggeva la capitale del ducato d’austria prima che rodolfo I d’asburgo la strappasse all’impero di boemia.

di colpo clangore nelle mie orecchie, un tram che passa mi riporta al presente, le mura che circondano l’innere stadt si sgretolano all’improvviso e riappare la opernring, la porzione di circonvallazione da cui origina kärntnerstraße. sì, perché la cinta muraria della vienna boema fu demolita intorno alla metà del XIX secolo e sostituita da una moderna circonvallazione di viali, nota come ringstraße. attraversiamo la strada e di colpo tutto cambia. è mattina, c’è il sole e la strada brulica di gente.

la kärntnerstraße collega la opernring a stephansplatz, la piazza della meravigliosa cattedrale di santo stefano, e insieme a graben e kohlmarkt, che vedremo tornando indietro, forma la U d’oro (goldenes U). il suo nome ne porta le origini, questa era la via che collegava vienna alla carinzia.

mentre passeggiamo verso la piazza della cattedrale, appare sulla destra malteserkirche, la chiesa di san giovanni battista, con la sua facciata neoclassica incorniciata da palazzi moderni e il suo interno gotico a una sola navata. malteserkirche, la chiesa dei cavalieri di malta, testimonia la presenza in austria dell’ordine dei crociati di gerusalemme. come blutgasse, il vicolo alle spalle di santo stefano in cui molti templari furono trucidati. blutgasse, il vicolo del sangue.

più avanti sulla sinistra, quasi in stephansplatz, un singolare edificio in vetro accende la mia curiosità, la haas-haus. progettato da hans hollein, il supermoderno edificio dalla curva superficie a specchio cattura l’immagine della cattedrale e la riverbera intorno, nelle strade, tra la gente, sulle nuvole. così, attraverso lo specchio e quel che alice vi trovò, arriviamo in stephansplatz e i miei piccoli occhi di alicetta non contengono più la meraviglia.

chiamata affettuosamente steffl dai viennesi, stephansdom è il simbolo di vienna e la piazza che la ospita era in origine il cimitero del protomartire cristiano santo stefano. orientata verso est, steffl è stata costruita dai mason in modo che intorno al 26 dicembre - il giorno di santo stefano - l’asse che collega l’entrata all’altare guardi versus solem orientem. gli architetti protocristiani avevano ereditato dal precedente culto del sole il principio dell’est come rinascita, il sole che sorge.

steffl ha attraversato diciannove secoli di storia custodendo in sé gli stili architettonici che si sono succeduti nel tempo. lo stile romanico delle torri dei pagani che molto ricordano i minareti, lo stile gotico delle guglie, lo stile rinascimentale della cupola e del tetto in maiolica, lo stile barocco del suo interno.

entriamo dal portale dei giganti, si racconta che durante i lavori di costruzione fosse stato rinvenuto un osso di mammut che i viennesi credettero appartenere a uno dei giganti annegati nel diluvio universale...

mentre mi abituo alla penombra, l’interno della cattedrale si compone davanti ai miei occhi e mi stordisce e mi lascia senza fiato. altari, statue di santi e di madonne ovunque in terra e in aria abbarbicate alle alte colonne che sostengono la volta maestosa, cappelle a destra e a sinistra, baldacchini, scale che abbracciano altre colonne, non so da dove cominciare. non abbiamo fatto il biglietto per la zona centrale e le catacombe, dunque la parte segreta della cattedrale rimarrà tale. corruccio le labbra, mi accontento e inizio la mia visita da sinistra.

una prima cappella, la tirnkapelle, custodisce un crocifisso che secondo una leggenda ha la barba umana che continua a crescere. e subito, al primo pilastro, resto turbata da ciò che mi ritrovo davanti. è il pilgramkanzel, il pulpito in stile gotico fiammingo realizzato nel XVI secolo da anton pilgrim, che mi guarda affacciato dalla finestrella proprio sotto la scala del pulpito assieme ai suoi strumenti da lavoro di mason, il compasso e la squadra.

giro lo sguardo, la navata centrale è un tripudio di altari e pulpiti e statue e colonne, sull’altare maggiore laggiù santo stefano durante il suo martirio.

torno indietro verso l’ingresso e mi sposto sulla navata destra. nella cappella vicino all’ingresso, la eligiuskapelle, appare la madonna di pécs, la madonna delle lacrime, l’immagine a cui tutta vienna è devota. ma da quando sono entrata qui dentro, è quella quantità gigantesca di marmo rosso che attrae il mio sguardo. mi avvicino al coro, è il cenotafio dell’imperatore federico III, un microcosmica arca abitata da animali assurdi, creature fantastiche, teschi, ossa, figure bizzarre perdute tra mille archetti, mille stemmi, mille gradini, per sempre. l’ultimo raggio di sole del solstizio d’inverno cadrà qui, federico, versus solem orientem.

sotto la cattedrale le catacombe si estendono sotto l’intera stephanplatz, ma noi usciamo, torniamo al presente, al sole luminoso, al cielo azzurro. e continuiamo il nostro giro.

ci intrufoliamo a naso per i vicoli, cerco di orientarmi con la mappa che ho preso all’aeroporto, e dopo una notevole scarpinata ritorniamo sulla ringstraße in un’altra delle sue porzioni, la universitätsring. davanti ai nostri occhi il burgtheater, fatto edificare nel XVIII secolo, raso al suolo durante la seconda guerra mondiale, e fatto ricostruire verso la metà del secolo scorso secondo le sembianze originarie. e neues rathaus, il nuovo municipio di vienna, il più importante edificio laico in stile neogotico della città. ci sediamo nei giardini vicino al municipio a mangiare un boccone e a riposare un po’. e dopo un caffè, o presunto tale, continuiamo il nostro giro.

attraversiamo il volksgarten, un magnifico parco pieno di gente di fiori di cinguettii - vienna non è poi così austera come la sua architettura! - e raggiungiamo la hofburg, la residenza imperiale della corte degli asburgo dal XIII secolo come sovrani d’austria, dal XV secolo come imperatori del sacro romano impero e dal XIX secolo come imperatori d’austria, fino alla fine della monarchia nel 1918. anzi, per l’esattezza raggiungiamo neue burg, l’ala nuova della residenza imperiale, la cui grandiosa piazza esterna - heldenplatz - è dominata da maestose statue equestri. heldenplatz fu progettata come foro imperiale ma, dopo la presa del terrapieno da parte di napoleone, l’impero asburgico fece costruire il burgtor - il portale esterno - e lasciò heldenplatz e il vicino volksgarten come area di svago per la città.

camminiamo sotto il sole lucente del primo meriggio, ci avviciniamo al burgtor mentre immagino quante carrozze abbiano percorso questa piazza, quanti zoccoli ne abbiano percosso l’aria, quanti colpi di cannone, quanto sangue, quanta storia. passiamo attraverso la michaelertor, la porta di san michele, e siamo dentro, in michaelerplatz. siamo a corte.

purtroppo il tempo è tiranno e non possiamo visitare la hofburg, anche perché il complesso architettonico ha una superficie di duecentoquarantamila metriquadri e comprende diciotto ali, diciannove cortili e duemilaseicento stanze nelle quali tuttora vivono e lavorano circa cinquemila persone. una città nella città, alice dovrebbe perdersi e sicuramente non basterebbe un giorno.

e così, ancora una volta cerco di riempirmi gli occhi il più possibile e proseguo, che è tardi! tardissimo! presto, che è tardi!

se neue burg rappresenta la parte più recente della hofburg, la parte più antica è la alte burg, che dal XVIII secolo fu chiamata schweizertrakt, ossia ala svizzera. il nucleo medioevale è nascosto dagli strati della storia ma intatto. intorno alla metà del cinquecento invece la facciata fu rifatta in stile rinascimentale. allo stesso periodo risale l’esotica porta rossa degli svizzeri, la schweizertor, uno dei pochi monumenti rinascimentali di vienna.

in kohlmarkt ancora un tuffo nel passato. siamo nella goldenes U, le strade chiuse al traffico della modernità, il rumore degli zoccoli dei cavalli rimbomba sul selciato, appare un fiacre guidato da una signora, il turista a bordo sorride e saluta con la mano. il fiacre è uno dei simboli di vienna, come steffl e come la ruota panoramica che purtroppo non riusciremo a vedere. il giro piccolo dura una ventina di minuti e si limita alle strade della goldenes U, mentre quello grande dura il doppio e lambisce la ringstraße. saluto anch’io il turista con la mano, annoto quanto avrei voluto fare e non ho potuto sul mio immaginario taccuino dei desideri e mi riprometto di soddisfare tutto al prossimo appuntamento con la romantica vienna...

il fiacre si allontana, il rumore degli zoccoli si attenua poi si spegne con dolcezza, cala il presente sull’ennesima finestra spaziotemporale e noi continuiamo la nostra passeggiata in kohlmarkt. ma prima di girare in graben e ritornare verso steffl, rubiamo ancora una manciata di minuti al presente e svoltiamo in naglergasse.

voglio percorrere un’altra spira nello spazio e nel tempo di questa città.

voglio camminare per l’immaginario perimetro del castrum romano di vindobona, il cuore del cuore della città.

voglio arrivare ad am hof platz, la piazza dominata dalla mariensäule, la colonna di maria. ultimamente sono successe tante di quelle cose strane che ho cominciato a credere che di impossibile non ci sia quasi più nulla.

la storia infatti racconta che am hof platz limiti - insieme a hoher markt, graben, fleischmarkt e il bel danubio blu - l’area della vienna primigenia. vindobona, la bianca città illirica che deve il suo nome alla radice gaelica windo (bianco ma anche acqua ma anche vento) e a quella latina bonum, fu villaggio celtico prima che oppido romano della pannonia superiore.

la piazza divenne poi residenza dei primi imperatori d’austria, i babenberg, una famiglia bavarese alla quale nel X secolo l’imperatore ottone I affidò l'amministrazione della östmark, la marca orientale da cui l’austria deriva il suo nome. ogni giorno, quando il sole tramonta, am hof platz si trasforma per qualche minuto in un’opera vivente, avvolta in un gioco di luce a monofrequenza gialla e di nebbia prodotta dai gas di scarico delle auto. è la yellow fog dell’artista danese olafur eliasson. peccato, sospesa tra passato e futuro non riuscirò ad assistere allo spettacolo in cui luce, fumo e movimento danzeranno assieme. altra voce da aggiungere al mio taccuino dei desideri.

la chiesa dei nove cori angelici fu eretta gotica nel XIV secolo, ma un grave incendio la colpì duramente un paio di secoli dopo. il restauro la volle più moderna in rispetto alle tendenze dettate dal barocco. e barocca fu ricostruita, compresa la facciata ad opera dell’artista italiano carlo antonio carlone.

l’intreccio tra la storia d’austria e la storia d’italia prosegue anche all’interno della chiesa che custodisce la cappella montecuccoli, dove riposano le spoglie dell’italiano feldmaresciallo raimondo, una delle supreme autorità militari dell’impero asburgico.

hoher markt è la piazza più antica di vienna e occupa l’area dell’antico foro romano di vindobona, di cui rimangono alcune rovine. specularmente ad am hof platz, al centro di questa piazza si erge la vermählungsbrunner. costruita nella prima metà del XVIII secolo ad opera di fischer von erlach, la fontana nuziale fu prima colonna votiva a san giuseppe come pegno di castità da parte dell’imperatore leopoldo I.

sfioriamo judengasse e siamo in graben attraverso petersplatz, dove svetta la chiesa di san pietro (peterskirke), una delle più belle chiese barocche di vienna. graben, uno strano miscuglio di piazza e di via che tanto mi ricorda la piazza venceslao di praga, è piena di persone che vengono e che vanno. nel graben matteo si ferma in una caffetteria italiana per un vero caffè, e io e andrea con lui. ne approfitto e sotto il sole del pomeriggio avanzato guardo la mia cartina. anche il graben è romano. anzi il graben costituiva il fossato meridionale di vindobona cingendola lungo l’odierna naglergasse. furono i babenberg a trasformare il fossato in una via cittadina. che mantenne l’appellazione di graben, fossato appunto.

siamo quasi in stephansplatz, siamo quasi al punto di partenza del nostro giro spaziotemporale per vienna. un’ultima cosa da vedere in superficie, un’altra colonna nel centro del graben, prima di ripercorrere realmente le viscere della città e fare ritorno. è la pestsäule, la barocca colonna della peste, anch’essa di fischer von erlach. come tante città europee, pure vienna fu più volte colpita da terribili epidemie di peste. l’imperatore leopoldo giurò di far erigere una colonna votiva se l’epidemia fosse cessata. e la fede sconfisse la peste e la sospinse negli inferi per opera di un angelo.

vorreste dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui? karlsplatz, ancora una volta U4 direzione hietzing, e siamo a casa stanchi ma sazi. nel giro del mentre, arrivano anche andrea e carmine. bene, ora si lavora ma tra un po’ usciremo di nuovo per la nostra cena viennese.

decidiamo di rimanere in zona, siamo tutti molto stanchi per la levataccia e domani è una giornata importante. optiamo per brandauers schlossbräu in am platz. entriamo in un cortile, sarebbe bello mangiare sotto il cielo ma fa davvero troppo freddo. dentro, una sala gigantesca con tavolini sparsi lungo il perimetro mi fa pensare che in una vita precedente il locale debba essere stato una sala da ballo. le porzioni che arrivano sono gigantesche, la birra è buonissima.

è sempre l’ora del tè!, ma brandauers schlossbräu è un birrificio, la birra che ho preso è davvero molto buona e i piatti tipicamente austriaci che stanno arrivando si accompagnano perfettamente alla birra, non al tè.

mangiami! ho chiesto costolette di maiale, devono averne sacrificato uno intero solo per me. ma quando vedo la wiener schnitzel nel piatto di carmine mi arrendo all’evidenza. le porzioni di questo locale fanno veramente paura!

a questo punto scatta l’antica questione che da più di un secolo intreccia e contrappone in un giro di walzer milano e vienna. è nata prima la cotoletta alla milanese o la wiener schnitzel? la narrazione sfiora la fiaba e soddisfa il mio palese campanilismo culinario.

siamo a schönbrunn, siamo a corte dell’imperatore francesco giuseppe e della principessa sissi. arriva il feldmaresciallo johann josef wenzel anton franz karl graf radetzky von radetz, radetzky per gli amici e i nemici. soprattutto i nemici, noi. johann josef wenzel anton franz karl graf dovrebbe riferire a cecco peppe - come lo chiamano per scherno i nostri risorgimentisti - dei moti d’oltralpe, del risorgimento italiano, dell’onore offeso di un popolo sottoposto al giogo austriaco.

ma il feldmaresciallo era preso da altro, la sera prima era a milano e aveva assaggiato un taglio di carne passato nell’uovo e fritto nel burro - impanato, non infarinato! - e ripeteva di non aver mangiato mai nulla di simile in austria. il feldmaresciallo stava parlando della cotoletta, anzi della costoletta.

ora la faccenda è basilare. perfino johann strauss, il cantore del bel danubio blu, aveva scritto sul conteso piatto una cotolekt-polka la cui partitura andò bruciata dopo la sua morte. il mio prof di filosofia sosteneva che la storia passa sempre dalle camere da letto. questa invece è passata dalla cucina...

fatto sta che la costoletta alla milanese è lombata di vitello, con osso, spessa un centimetro (lo spessore dell’osso), passata nell’uovo e poi nel pan grattato e poi nell’uovo e poi nel pan grattato, fritta nel burro, accompagnata con patatine alla francese (fritte).

mentre la wiener schnitzel è fesa di maiale, rigorosamente senza osso, spessa 2-3 millimetri (massimo 5 millimetri), passata prima nella farina poi nell’uovo poi nel pan grattato, fritta nello strutto, accompagnata con patate lesse.

comunque sia, nell’era globale poco importa se sia nato prima l’uovo o la gallina. ma in tutto c’è una morale, se si sa trovarla. e un documento di inizio XII secolo riporta i lombos cum panitio nel menu di un pranzo solenne offerto dai canonici al nostro sant’ambrogio. amen.

 

lunga giornata di lavoro, impegnativa e soddisfacente, conclusa con un ottimo bicchiere di vino. ci resta la serata da dedicare a vienna. meno male, perché domani sarò una persona normale che torna al mondo normale e non posso tornare a ieri perché ero una persona diversa allora. al gruppo si aggiungono nuovi compagni e siamo di nuovo fuori, ancora una volta U4 direzione karlsplatz.

il plachuttas gasthaus zur oper, noto come il regno della wiener schnitzel, è proprio dietro steffl. l’interno si presenta l’esatto contrario di brandauers schlossbräu, salone a corridoio con stretti separè a destra e a manca, bisogna volersi davvero molto molto bene per mangiare.

ora, non so se sia l’ambiente a conformare la biologia dei corpi o viceversa - anche perché da brava ecoturista del mondo penso che ambiente e corpo siano la stessa cosa - fatto sta che dal multinazionale e numeroso gruppone si seleziona un goliardico tavolo di italiani, stretti ma felici. soprattutto quando delle enormi orecchie di elefante - il nome popolare della wiener schnitzel - atterranno sui nostri piatti. ebbene sì, johann josef wenzel anton franz karl graf radetzky von radetz, mi hai convinto anche se temo il potere del burro sul mio pancino. rimango pensosa un minuto, un lato mi farà diventare più alta e l’altro mi farà diventare più bassa. ma siccome è perfettamente rotonda... sorrido e in barba a me stessa addento la profumata cotoletta!

si fanno le undici e, nonostante l’ora tarda e una stanchezza abissale, la serata continua e la colonna osteopatica s’incammina verso un locale per il bicchiere della staffa. ripassando davanti a steffl resto di nuovo sbalordita di fronte all’immagine che appare. il cielo scurito dalla notte e il tributo cangiante alla grandezza, alla solennità, al riferimento in cielo e in terra mentre tutto intorno cambia veloce e inesorabile. un’istantanea di eterno di fronte al mio respiro corto, sottile, emozionato. steffl, sei bellissima.

in alcuni locali di vienna, così come in quelli di praga, è ancora consentito fumare. il pub che ci accoglie è su due piani, la ventilazione è perfetta, ma sono frastornata e non bevo. non vedo l’ora di dormire, la scorsa notte è stata poco generosa con me e domani è un’altra giornata intensa che si concluderà con il rientro a milano. sono frastornata l’ho detto ma l’inglese concitato arriva chiaro alle mie orecchie, è tardi! tardissimo! presto, che è tardi! già, la bahn ritira le sue carrozze a mezzanotte in punto e la nostra corsa verso la stazione resta vana. si va in taxi ma anche questo ha un suo perché.

viaggio attraverso la vienna di notte, guardo fuori dal finestrino le strade, i monumenti, i ponti e l’acqua del fiume che si succedono come cartoline e ascolto carmine che chiacchiera amabilmente con il taxista in angloitaliano e mi sovvengono tanti viaggi di notte, quando il lì-fuori si fa sogno e il torpore trasporta lieve i colori i suoni i ricordi nel qui-dentro in attesa di diventare scrittura. arrivederci, vienna, è una promessa.

e voi guardate al senso. le sillabe si guarderanno da sé.

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