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Informazioni

Punto di partenza: Spoleto, Valle Rosa Country Hotel, lungo la Strada Statale Flaminia, uscita Mustaiole-Sustrico. – Tempo di percorrenza: 6 ore. Dislivello: circa 700metri. Condizioni del percorso: sentieri e strade sterrate. Segnavia: segnavia Cai 6 fino a Patrico, 7 dalla Forcella Vellana a Le Aie, 1 da Le Aie a S.Pietro. Periodo consigliato: tutto l’anno salvo innevamento. Da Valle Rosa verso il sentiero patricano: (numero 6 C.A.I.) superate le villette dell'hotel si costeggia il campo e si prosegue diritti salendo verso il bosco. Si cammina nel sentiero tra gli alberi e arrivati, dopo un tratto ripido, al confine della proprietà dell’Ex Convento di S. Anna si segue il sentiero sulla sinistra. Dopo un po’ si arriva in una piccola piazzola: di lì si può salire un po’ verso S. Anna o ridiscendere verso Testaccio per tornare poi a Valle Rosa o approfittare per visitare la bella Chiesa di San Pietro.

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La Strada dei Patricani. Il percorso, usato per secoli dai contadini di Patrico, si snoda nella sua totalità per circa 15 chilometri accerchiando l’entroterra montano di Spoleto. Vi transitavano pastori con le greggi, carbonai con il prezioso minerale caricato sul dorso dei muli, soldati, pellegrini e sacerdoti diretti alle visite pastorali. Nella mente di quei viandanti ogni curva, ogni erta, ogni anfratto aveva una ben precisa denominazione che purtroppo nessuno ha mai indicato su una carta. Salendo la strada si incontravano Lu passu de li Patricani (il luogo ove aveva inizio il percorso), Li piantuni de Nicolai, La Trocia (il pantano), La forcélla vellana, La croce capulignu, Le grottélle, Val Colónna, La noce pitòcchja e tanti altri luoghi di una geografia popolana, intrisa di magico e sacrale, che rendevano vivo e vissuto il faticoso cammino di ogni giorno.

Ex convento di Sant’ Anna. E’ la prima attrattiva che si incontra dopo aver iniziato la salita nel bosco. Fu il luogo preposto dai Cappuccini nel 1541 per il loro primo convento spoletino. Vi restano oggi alcuni diruti edifici e la chiesa che, spogliata del suo arredo, conserva qualche resto di affresco del XVII secolo.

Il percorso prende quota e si trasforma in una precaria pista carrabile. Nel punto indicato sulla carta con la quota 664 si stacca verso sinistra il sentiero 7 che si percorrerà al ritorno; per ora si prosegue sempre in salita divallando, per breve tratto, sul versante della valle del Fosso di Sustrico, punteggiato dalle radure di alcuni casali. Si rispetta sempre la direzione in salita tralasciando alcuni diverticoli.

La dolina di Patrico. Superato uno stretto e irto canalone si scorge sulla destra un’ampia depressione di forma circolare corrispondente a una dolina carsica del diametro di circa 150 metri, indicatrice della struttura calcarea e fessurata della zona. Il terreno che la ricopre, umido e profondo, fa proliferare la vegetazione boschiva. Vi sono sempre presenti il pino d’Aleppo, il carpino nero, la roverella e il leccio; più sporadici, l’albero di Giuda, l’acero opalo, il ligustro, il pruno, il maggiociondolo.

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La pista è larga, scabrosa, non facilita il cammino. Passo passo la vegetazione diviene rada finché, vinti alcuni tornanti, si scorgono i magri pascoli di Patrico. Siamo ormai a mille metri d’altezza. Accanto alle delimitazioni spuntano siepi di biancospino e di pruno. Sono terreni poverissimi, dal substrato calcareo e marnoso. In passato vi si coltivava il grano, che maturava tardissimo, ora si tengono a pascolo o in parte per la produzione di fieno. I pochi campicelli sono nelle zone più depresse dove la terra di coltura si è accumulata meglio.

Patrico. Il villaggio, con le sue basse case in pietra, si distende protetto da una modesta altura, battuta dal vento; verso destra, poco isolata si scorge la piccola chiesa. Dal punto più alto, dietro le case, si apre un vasto giro d’orizzonte sulla piana spoletina e sui Monti Martani. La chiesa, dedicata ai santi Crisanto e Daria, è di semplice fattura, a una sola navata con copertura a capanna; si fa risalire ai secoli XIV o XV. L’absidiola denuncia però l’esistenza di un più vetusto edificio, forse romanico. L’interno era ornato da affreschi votivi, oggi trasferiti alla Pinacoteca di Spoleto.

S.Crisante

Queste terre rievocano gli episodi quotidiani del lavoro d’un tempo, della dura fatica del coltivar patate o del trebbiare il grano con le vacche secondo l’uso introdotto dai Longobardi, dell’insolito commercio della neve. Questa era raccolta in buche larghe e profonde, battuta a strati intervallati da letti di foglie, mantenuta fino all’estate quando tagliata in spessi blocchi di ghiaccio si portava a dorso di mulo a vendere a Spoleto o, in tempi più antichi, addirittura a Roma.

Il percorso di ritorno coincide per un certo tratto con quello fatto in salita, fino al bivio con il sentiero 7 (le indicazioni sono poco evidenti! occorre prestare attenzione alla carta). La variante prevede l’aggiramento della valle del Fosso Vallecchia passando per l’eremo di San Bettone e per la fattoria delle Aie. Il sentiero passa sotto un’alta rupe di calcare massiccio e quindi scende aggirando un impluvio fino a raggiungere il punto d’arrivo di una larga pista sterrata. L’eremo, ridotto a rudere, fu abitato da contadini fino agli anni ‘60 confidando sulle magre risorse di queste ripidi pendici, e ricorda uno dei primi eremiti spoletani.

Dormire

VALLE ROSA COUNTRY HOTEL tel. 0743 224710 http://www.vallerosa.it

Per gli appassionati della vita all’aria aperta, con i suoi circa 35 ettari tra bosco e campi coltivati, Valle Rosa rappresenta veramente un’ottima scelta. E’ possibile effettuare delle splendide passeggiate sui sentieri all’interno della proprietà o avventurarsi oltre verso l’antico sentiero Patricano. Si può anche raggiungere Spoleto a piedi costeggiando il torrente Tessino per poi proseguire sui molti percorsi trekking del Monteluco e del Giro dei Condotti. Oltre al piacere del camminare nella natura, godendo della frescura e di piacevoli panorami, si possono scoprire resti di antiche case e torri medievali all’interno della tenuta e raggiungere il convento Sant’Anna primo insediamento a Spoleto dei frati cappuccini.

 

Mangiare

VALLE ROSA RISTORANTE 

Il ristorante Valle Rosa, ormai rinomato e apprezzato da spoletini e umbri, rappresenta per gli ospiti del Country House l’occasione per una gustosa cena al ritorno da escursioni e gite o tranquille giornate di riposo in piscina. La cucina è ideale sia per testare le tipicità locali con una ricca scelta di piatti della tradizione culinaria umbra, sia per gustare raffinate ed abbondanti degustazioni di pesce. Le cotture dei nostri piatti sono tutte espresse e preparate al momento per garantire una fragranza ed una qualità superiore. La scelta delle materie prime cerca di rivolgersi presso produttori locali o comunque da fornitori di fiducia ampiamente sezionati nell’arco degli anni.

 

 

Consigli in Zona

La chiesa di San Giuliano. E’ molto antica. Forse fondata nel 528 dal monaco Sant’Isacco, ricostruita nel XII secolo, fu annessa a un’abbazia benedettina. Nel portale, sotto l’elegante trifora, si intravedono frammenti del primitivo edificio. L’interno (chiavi presso l’attigua trattoria) è a tre navate con relative absidi e cripta. Nell’abside centrale, il decoro di affreschi risale al 1442 e raffigura l’ Incoronazione della Vergine fra i beati dell’ordine eremitico di Monteluco. Si riprende dallo spiazzo alle spalle della chiesa, scendendo una radura. Si affronta l’ultimo tratto del pendio in una folta macchia arborea e infine si giunge alla chiesa di San Pietro, ormai in vista del punto dal quale si era partiti.

La chiesa di San Pietro extra moenia Conviene attardarsi un attimo dinanzi alla facciata. I suoi rilievi sono giudicati in modo unanime il capolavoro della scultura romanica in Umbria. E’ una sorta di affascinante narrazione figurativa nella quale, in una stravagante ma armonica combinazione, si trovano scene dai Vangeli, dalle leggende agiografiche, dai racconti profani. I soggetti naturali sono fra i più belli e espressivi: i leoni a guardia del portale, che serrano fra le branche un capretto e un drago; i contadini che arano, i cervi con i serpentelli in bocca, i pavoni che beccano l’uva negli interstizi sugli stipiti a lato del portale. Commovente, fra le scene dei bassorilievi che completano la facciata, quella del taglialegna minacciato dal leone: l’uomo gli si rivolge con fare supplichevole. Non prive di una certa ironia sulla vita monastica le scene di Frate Lupo con cappuccio e cocolla, la favola della volpe finta morta e le galline. A confronto, l’interno è meno interessante e mostra la veste che fu conferita alla chiesa in epoca barocca; l’edificio risale infatti al 1393 sulle fondamenta di un luogo di culto del V secolo, ripreso una prima volta nel Duecento, epoca a cui si assegnano le preziose opere della facciata.

 

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