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Informazioni

la periferia di tallinn appare diversa da quella delle due precedenti capitali. più pulita e ordinata, le casette di legno col tetto spiovente spuntano come morgane tra i tronchi sottili e allineati delle conifere; ma anche il boscheto ha un che di diverso, di regolato.

tra palazzi altissimi e strade spaziose, pian piano ci avviciniamo al centro. fermi al semaforo, guardo attraverso il finestrino un ragazzo e una ragazza che si parlano. osservo i loro corpi, cerco di immaginare ciò che si dicono in una lingua piena di vocali ancor più della nostra, quasi una cascatella in disgelo, che mi ricorda una canzone finlandese imparata tempo fa.

collocata sulle sponde del baltico, divisa nei secoli tra il mondo germanico e quello slavo, l’estonia condivide con le sue sorelle una storia di dominazione continua fino alla recente dichiarazione di indipendenza. ma l’estonia parla un’altra lingua, affine a quella finlandese. paola racconta che il lituano e il lettone sono lingue baltiche e appartengono alla famiglia indoeuropea. la lingua estone, invece, è una lingua ugrofinnica.

anche il panorama è differente, almeno mentre guido la gea. non appena varcato il confine tra lettonia ed estonia, la strada si fa dritta e monotona. la velocità media è scesa a settanta chilometri all’ora, a tratti addirittura cinquanta. il manto stradale è perfetto, ogni dieci chilometri un cartello ricorda ai guidatori la presenza di autovelox. insomma, avvicinandoci a tallinn realizzo che siamo sempre più vicini anche alla scandinavia.

tira vento, la bandiera issata sul pennone dell’autogrill in cui ci fermiamo a bere un caffè sventola senza sosta, il locale mostra prodotti di tutti i tipi, dalla cioccolata a bustine piene di pesciolini secchi.

arrivati a tallinn, lasciamo i nostri bagagli nell’appartamento e facciamo un primo giro in città. appena dentro le mura, la capitale estone perde la sua geometria aperta, lineare, e lo spazio si chiude e si contorce come in una conchiglia.

il caleidoscopio di vecriga - uno spazio fatto di angoli rovesciamenti botole - qui si attorciglia e si fa curvo, una sorta di ballerina che ruota leggera sulla centrale collina di toompea, l’abito avvolto in spirali di stradine bianche. la vecchia tallinn porta nelle sue vesti sacro e profano di necessità, le sue chiese testimoniano una storia in cui politica e religione hanno convissuto e al contempo si sono combattute senza pietà.

raekoja plats è l’agorà. enorme, spaziosa, sulla piazza si affacciano il municipio di tallinn, il municipio è il palazzo civile più antico e l’unico in stile gotico di tutto il nord-europa; i migliori ristoranti tra cui l’immancabile ristorante russo; e svariati bar con tavolini all’aperto, camerieri in costume medioevale e le onnipresenti preziosissime copertine. tutti passano di qua e il passaggio continuo di turisti è intercettato dall’improvvisa apparizione di saltimbanchi e artisti di strada, domani seduti davanti a una birra assisteremo divertiti a un improvvisato freestyle contest..

siamo nel cuore della città vecchia. mentre ci infiliamo in una delle tante strade che si dipartono dalla piazza, appare imponente e bianca püha vaimu, la chiesa dello spirito santo. la chiesa non esercita più la sua funzione ecclesiastica, ma nel suo interno si respira forte un senso di arcaica sacralità. püha vaimu è il più antico edificio religioso della città e custodisce una pala dipinta e scolpita in legno policromo di notevole bellezza. sui ballatoi della galleria dei tribuni, osservando le vetrate colorate, io e paolo ricordiamo ai nostri compagni che anche il vetro si muove, come la collina delle croci. piano piano ma inesorabile andrà via, come le dune di neringa. e così sia.

una birra da enflamme è ciò che ci vuole. seduti all’aperto, la cameriera bionda come un elfo prende le ordinazioni e svanisce leggera. l’aria si fa frizzante, ancora una passeggiata, stasera ceniamo da pegasus.

il locale è una piacevole commistione di efficienza e gentilezza. nonostante la mancata prenotazione, dopo un po’ riescono a trovarci un tavolo e, devo dire, aspettare ne è valsa la pena. la ragazza che viene a prendere le nostre ordinazioni parla italiano e ci tiene a raccontarci che ha vissuto a roma, che ha studiato la nostra lingua e che ama l’italia. agni conosce persino l’abruzzo, ma solo di fama, non l’ho vista la terra dei vini!

il suo sguardo nel parlare della nostra terra ha lo stesso sapore della mia immaginazione quando bambina leggevo le fiabe delle mille e una notte. il cibo che ci porta agni è davvero superbo, la maionese in salsa d’arancia deliziosa, la birra ancora una volta impeccabile.

l’aria all’esterno del locale è diventata fredda, passeggiamo tra le strade illuminate dai lampioni e dalla gente che ride e chiacchiera, e saliamo gradini, e seguiamo curve, e - d’improvviso, meraviglia! - appare il castello illuminato dal bagliore latteo della mezzaluna.

io non so se è questo cielo, luna.

ma tu mi appari tutta, piena, anche se sei a metà.

appari anche nella tua assenza, che la tua sfera perfettamente si incastona in questo tramonto cobalto.

non so se è questo cielo così alto, aperto

che alla sera brilla e sanguina dove le guglie aguzze lo pungono.

e che di giorno toglie il sonno dagli occhi con la sua lunga luce bianca, e gioca con le nuvole leggere o con il mare, quando cielo e mare sembrano prendersi tutto lo sguardo, e ovunque ci sono cielo e mare a togliere il fiato e i cattivi pensieri.

e che si riempie di rondini o di vento o di sabbia

come a neringa.

ciò che vedo, il castello e accanto la maestosa cattedrale di aleksandr nevskij, sembra sospeso su un tappeto di tenebra, fantasmi di una storia lontana, leggendaria, eppure sono lì pietra su pietra, davanti ai nostri occhi. buio e luce, buio e luce, che freddo anche a tallinn, vedrò meglio domattina, quando la luce del sole illuminerà impudica tutti gli angoli di questo piccolo mondo incantato.

ripercorrendo la strada che va lungo le mura medioevali di tallinn, passiamo di fronte alla duecentesca chiesa di san nicola (niguliste kirik) con la sua guglia barocca e la sua alta torre. a tallinn, ancora più che a vilnius e a riga, l’intreccio di viuzze assume la sembianza di un labirinto. chissà come sarà in inverno, quando la neve bianca sfumerà i contorni e il minotauro sarà finalmente libero di danzare invisibile e felice.. sembrerà uno di quei paesaggi magici chiusi dentro una piccola sfera di vetro, dai agita agita che viene giù la neve!

passeggiamo nel sole lungo la pikk tänav, la strada principale della città vecchia, col naso all’insù che le strade sono strette e tortuose e le costruzioni alte come i giganti. tra questi palazzi le gilde - le sedi delle corporazioni dei mercanti - ecco la gilda maggiore! poi la rinascimentale casa delle teste nere con il suo portone moresco tutto intarsiato di rosso e di verde, in alto l’immagine di san maurizio, il santo moro diventato cristiano e scelto come protettore della fratellanza delle teste nere. più in là le gotiche tre sorelle, le tre spose di pietra dei tre fratelli di riga.

la strada s’inerpica lungo le pendici della collina toompea, la giornata è luminosissima, il cuore di tallinn è pieno di voci di movimento di persone che passeggiano guardano sospirano sorridono. tallinn stamane sembra una bomboniera, esuberante e chiassosa come un giorno di festa, con le punte dei suoi palazzi color pastello che schiantano l’azzurro intenso del cielo, una più di tutte. il campanile della gotica chiesa di sant’olav che fino al ‘600 era la torre più alta del mondo. il gigante di pietra non voleva sfidare gli dèi, lui proteggeva gli uomini che avrebbero trascorso la loro notte in mare.

ed eccoci finalmente dov’eravamo ieri sera.

il cielo nero acceso dalla luna e dalle stelle ora è intensamente turchese, ma l’immagine davanti ai nostri occhi non è meno fiabesca. le mura medioevali e i mille gradini che la scalano e le fiaccole che ardono e i fiori che pendono dalla balconata e gli scalini alti alti e attorcigliati in una spirale talmente stretta che bisogna reggersi bene per non cadere giù.

anche l’estonia, come la lituania e la lettonia, ha ricostruito il suo patrimonio cercandone i frammenti tra mille incendi mille saccheggi mille invasioni. un’archeologia dolorosa, una storia negata per secoli, per molti versi ancora semisconosciuta, l’estonia è un paese libero da poco più di vent’anni. e anche questa è europa.

torno piano al presente. davanti a me l’imponente cattedrale russo-ortodossa di aleksandr nevskij con le sue cupole nere, entriamo. un brulichio di turisti che viene e va, poi d’un tratto

quelle voci bianche trasparenti come i cristalli della neve,

perfette come piccole sfere musicali,

vibrano s’innalzano purissime giocano con il pulviscolo dell’aria,

poi si perdono lontane lontanissime in una promessa di paradiso.

in kiriku plats, invece, la cattedrale luterana di santa maria vergine è bianca, austera, pura. camminiamo ancora, ripassando dalle stesse viuzze più volte, finché ci ritroviamo sulla sommità della collina. da qui, dal belvedere del castello di toompea si vede tutta tallinn, tetti rossi qua e là, alti campanili, diverse macchie di vegetazione e poi laggiù il mar baltico, curvo, pieno, e sopra il cielo impudicamente azzurro..

un gabbiano gigantesco ci guarda. abbiamo fame, beh io ho anche freddo tanto per cambiare. andiamo.

tornando indietro percorriamo una via piuttosto curiosa. è la pikk jalg (gamba lunga), una strada chiusa tra alte mura, piuttosto ripida, divisa tra asfalto e lastrico e dotata di un passamano che evoca il ghiaccio e la neve dei lunghi mesi invernali. questa via è la sorella strana di un’altra via davvero suggestiva, percorsa ieri pomeriggio, la luhike jalg (gamba corta). ancora più ripida, divisa a metà nella sua lunghezza, una scalinata su un lato, il lastrico sull’altro e in mezzo il passamano. le due gambe, la lunga e la corta - hanno un aspetto davvero peculiare così tagliate in due - insomma le due gambe, la lunga e la corta, costituiscono il collegamento tra toompea e la città vecchia.

verso la fine della pikk tanav, la  porta di viru e la sua torre detta margherita la grassa garantiscono alla città vecchia lo sbocco verso il mare. attraversiamo il passaggio di santa caterina e raggiungiamo il museo della fotografia. ma prima ci fermiamo a mangiare da must puudel. in cortile l’aria è pungente. ancora una volta benedico la copertina poggiata sullo schienale della mia sedia che mi dà subito conforto e calore. il locale è grazioso, il cibo curatissimo, nel menù una linea di pietanze a disposizione degli allergici. l’estonia in questo è organizzata meglio delle sue sorelle baltiche.

il museo della fotografia è un piccolo gioiello. guardare le foto in esposizione, una dopo l’altra dalla più antica, è come viaggiare nel tempo. siamo fortunati, perché in questo caso il nostro viaggio è doppio. da una parte la storia della fotografia, com’è cambiata, com’è cambiato lo sguardo dell’uomo su se stesso e sul mondo, come sono cambiati gli uomini e il mondo. dall’altra, la storia del popolo estone attraverso le sue immagini, la campagna d’inverno e d’estate, tallinn un secolo fa con la collina toompea tutta verde e le strade bianche che si arrampicano fino alla cima, una coppia di giovani sposi, le feste di paese, la banda, la resistenza, i volti di uomini e di donne, di bimbi, di vecchi.

al piano di sopra, un cammeo. una sala dedicata alle prime grandi fotografe, una camera quasi-oscura morbida e accogliente, un ventre caldo profondo rosso, sul fondo un tavolo e una toeletta squisitamente femminili, alle pareti centinaia di foto di ritratti di autoritratti di scorci di memoria di sguardi.

ho sempre trovato le fotografie bellissime quasi dolorose,

vedere qualcuno che non c’è più,

fissarne lo sguardo sapendo che quegli occhi sono ormai altrove,

vederlo in un attimo della sua vita e sapere che non potrò mai incontrarlo,

e che lui non saprà mai, mai chi sono.

nella fotografia la storia si sospende, passato e presente e futuro s’interrompono e si sovrappongono, qualcosa finge d’essere sfacciatamente imperituro. ma una dissolvenza infinitamente lenta e paziente lo coprirà di luce. come i rosoni di vetro, come le croci al vento.

quei corpi allacciati, immortalati l’uno a fianco all’altro, avvolti in fasce o in abiti eleganti, i volti chini su un tavolo o sorridenti, la sigaretta che si consuma fumando. piano, piano.

e poi di nuovo il presente, l’aperitivo in piazza, per stasera abbiamo deciso di cenare a casa. nel frigo c’è il pesce affumicato dal lago di engure che ci ha seguito fin qui. decidiamo di comprarne ancora un po’, stasera cena baltica!

insomma, alla fine la tavola imbandita fa il suo figurone:

luccio e anguilla lettoni, trota e salmone estoni.

crauti e carote baltici.

pane con menta lettone, pane con semi di zucca estone.

birra lituana, birra estone. burro estone.

fame? tipicamente italica..

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