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Dopo il primo racconto del nostro viaggio a praga, ecco la seconda parte.

si racconta che la principessa libuše avesse raccomandato alla sua gente di ospitare e proteggere il piccolo popolo errante, figlio di un solo dio. e sembra che già nel I secolo dopo cristo si fosse stanziata nella città di praga una comunità ebraica. percorriamo ancora una volta karlova ulice, attraversiamo staromêstské námêstí e prendiamo l’elegante parížská ulice. cinque gradini, u starého, poi tutto di colpo cambia. la convivenza tra la boemia pagana e il popolo ebraico diventa visibile qui, sulla riva destra del moldava, a josefov...

 

III

tempo bigio, umido e freddo. in sintonia con ciò che ci aspetta. la terza giornata sarà a josefov, il ghetto di praga, spero che i litri di caffè ingollati a colazione mi tengano calda almeno per un po’.

si racconta che la principessa libuše avesse raccomandato alla sua gente di ospitare e proteggere il piccolo popolo errante, figlio di un solo dio. e sembra che già nel I secolo dopo cristo si fosse stanziata nella città di praga una comunità ebraica. percorriamo ancora una volta karlova ulice, attraversiamo staromêstské námêstí e prendiamo l’elegante parížská ulice. cinque gradini, u starého, poi tutto di colpo cambia. la convivenza tra la boemia pagana e il popolo ebraico diventa visibile qui, sulla riva destra del moldava, a josefov.

 

gli ebrei della città sono nuovamente oggetto di accuse superstiziose

un certo taddeo s’ingegna a diffondere calunnie

come posso combattere tanta malvagità contro gli ebrei, signore?

e il signore dall’alto gli rispose:

ata bra golem dewuk hachomer w’tigzar zedim chewel torfe jisrael

 

nessun altro è in grado di capire, nessun altro è in grado di realizzare la creatura tranne lui, rabbi jehuda löw, perché lui ha il dono della sapienza e decifra le parole dell’altissimo e crea un corpo dall’argilla. ma la creatura ha bisogno dei quattro elementi e rabbi jehuda löw chiama a sé altre due persone, l’acqua e il fuoco, poiché è madre terra a compiere la creatura.

a poco a poco il blocco prende forma umana, ma resta inerte. e rabbi jehuda löw mette nella sua bocca uno shem - il nome di dio scritto su una pergamena - e soffia nelle sue narici, poiché rabbi jehuda löw è l’aria. all’ordine del rabbino, il golem si alza. rabbi jehuda löw lo chiama josef e gli ordina di vigilare sulla comunità. il golem ha sulla fronte l’1, il 40 e il 400, ossia la parola emeth che significa verità. emeth all’inizio e meth - morte - alla fine.

quanti intrichi a josefov, quanti nel mito del golem così simile al mito di adam nato dalla terra per soffio di dio, forma dall’informe, vita dal verbo.

una sorta di silenzio permea le strade - appaiono le kippah - la storia del quartiere ebraico di praga non è diversa da quella degli altri ghetti che ho visto in giro per l’europa. ma qui appare più densa, palpabile.

“copriti la testa, perché la presenza divina è sempre al di sopra di essa.”

la kippah, il primo simbolo che contraddistingue un ebreo, il simbolo della presenza di dio sopra la testa, il simbolo che ricorda all’uomo la sua pochezza umana. secondo l’antica tradizione ebraica, le donne non indossano la kippah perché percepiscono la presenza di dio senza bisogno di segni.

così, con la testa scoperta e fiera e il biglietto d’ingresso in mano, ci avviciniamo alla sinagoga simbolo di questo quartiere. staronové synagògy - la sinagoga vecchionuova - risale al XIII secolo ed è la più antica d’europa dopo quella di trani. fuori, il tetto alto e spiovente e i frontoni tardogotici in mattoni. dentro la bellezza e il mistero, due navate con volte a costoloni, luci soffuse, l’armadietto per i rotoli della torah e il vessillo con la stella di davide.

si racconta che staronové synagògy sia stata costruita ben prima del XIII secolo. si racconta sia sorta duemila anni fa, dopo la distruzione del secondo tempio di gerusalemme avvenuta nel 70 dopo cristo.

 

allorché il sole sorse dal mare l’arcano fu svelato

una casetta tenuta sospesa da bellissimi angeli si librava nell’aria

fino a posarsi su un colle coperto da un bosco di lauri

alle persone accorse sul posto apparve la casa di nazareth

quella che gesù aveva abitato per trent’anni

tutt’intorno era profumo di fiori e un canto melodioso e celestiale

 

quanto daffare gli angeli. a stormi in nazareth, a smontare i blocchi della santa casa del figlio e portarli in volo al santuario di loreto. a stormi in gerusalemme, a smontare i blocchi del santuario del padre e portarli in volo nel ghetto di praga. quanto daffare.

lasciamo staronové synagògy - la più antica sinagoga di praga - e ci incamminiamo alla ricerca di španêlská synagoga - la più recente sinagoga di praga - la cosiddetta sinagoga spagnola. tra le strade ingioiellate da alti palazzi in stile liberty, ci imbattiamo in un’insolita statua equestre in bronzo che custodisce un altro ingresso al ghetto. un gigantesco cappotto vuoto e un uomo, seduto a cavalcioni sul cappotto. il genio stavolta non è david cerný - anche se lo stile lo ricorda - ma jaroslav róna. la strana coppia, che sembra uscita dalla descrizione di una battaglia, coglie in pieno l’universo metamorfico kafkiano. guardo il cappotto vuoto e mi chiedo che fine abbia fatto il corpo che lo riempiva.

lì, dietro a quel nulla, sorgeva la scuola vecchia, la più antica sinagoga di praga. ora non c’è più, al suo posto la neorinascimentale sinagoga spagnola. entriamo e capisco il perché di tale appellativo, di colpo mi sembra di essere altrove - un giorno d’agosto di diversi anni fa - a granada, con la bocca aperta davanti a un’altra delle meraviglie d’europa: l’alhambra.

il presente - la convivenza felice di elementi architettonici cristiani ebraici musulmani,

il passato - la memoria infelice dell’esilio degli ebrei sefarditi in fuga dalle persecuzioni in terra ispanica.

le mura interne decorate da arabeschi da stucchi a motivi geometrici e vegetali da ricche dorature da policromie, al centro una cupola possente, tutt’intorno ricche vetrate colorate e cieli e stelle ovunque. nella galleria l’esposizione permanente del museo ebraico.

dalla maiselova synagoga raggiungiamo il cuore di josefov, la pinkasova synagoga. nel cortile esterno la voce già sommessa si spegne del tutto, l’aria si fa greve, il cielo plumbeo. da una grata vedo uno scorcio del vecchio cimitero, mi commuovo, ma non è nulla. la sinagoga ci accoglie con una stilettata diritta e feroce in mezzo al petto. di colpo tutto esplode - dentro i miei occhi le mura del museo dell’olocausto di vilnius - poi sono di nuovo qui, i muri interni della navata principale e degli spazi adiacenti si richiudono e si vergano di nomi e di alfa e omega, una lunga stele funeraria con i nomi di coloro dei quali non è stato possibile seppellire il corpo. lo struggimento aumenta davanti a dei disegni - i disegni dei bambini di terezín - i disegni dei quindicimila bambini deportati nel kinderlager a forma di stella - stella stellina la notte si avvicina - ciò che mai un bambino dovrebbe vedere, che mai dovrebbe subire, perché i bambini sono il nostro futuro cerco di ripetermi davanti a tanto strazio.

chi conosce terezín?

 

e poi starý židovský hrbitov, il cimitero ebraico

lapidi lapidi una accanto all’altra una addossata all’altra

dodicimila lapidi ammucchiate in una sorta di archeologia del dolore

- perché un ebreo non lascia il ghetto neanche quando è morto -

lapidi nuove su lapidi vecchie pietra su pietra in una sorta di archeologia del dolore

lapidi sprofondate negli strati sottostanti altre andate distrutte nel tempo

e tempo e spazio intrecciati in una sorta di danza solenne

un caleidoscopio macabro di roccia di terra di niente

foglietti di carta infilati nelle rosicature della pietra

tombe sepolcri piccole lapidi in una sorta di archeologia del dolore

eppure gli uccellini cantano sui rami  il vento soffia

cade la pioggia fredda e gentile e pietosa

su ogni cosa su ogni cosa sui giusti e sugli ingiusti

dio che banalità il male

 

quando la terra fu sazia di corpi, portarono altra terra e le lapidi più vecchie vennero estratte e ricollocate negli strati più alti. dodici strati uno sull’altro, rabbi jehuda löw sei lì insieme al tuo golem da qualche parte.

si racconta sia stato hitler a salvare il vecchio cimitero ebraico di praga dalla distruzione. il folle desiderava la sua caramella, un museo vicino al cimitero: il museo esotico di una razza estinta.

mentre guardo protetta da un ramo tre uomini in oscillazione davanti a una lapide, raccolgo una pietra e rendo umilmente omaggio all’universo.

lasciamo josefov dagli stessi cinque gradini da cui siamo entrate. parížská ulice, poi attraversiamo staromêstské námêstí. ma la karlova ulice dovrà aspettare, camminiamo col naso all’insù per il centro di praga, voglio vedere freud volare.

e sulla husova, vicino alla betlémské námêstí, finalmente i miei occhi puntati verso il cielo intercettano una macchietta scura. è lei! l’ennesima genialata di cerný, sospesa lassù tra due palazzi. sigmund che, con la mano sinistra in tasca come niente fosse e la mano destra aggrappata a un’asta di ferro, contempla dall’alto l’anima di questa città. chissà se di notte i fantasmi gli tirano i piedi..

al ritorno sulla karlova, tappa obbligata al good food per i trdelník. poi lasciamo staré mêsto. una lunga passeggiata lungo il moldava ci porta a nové mêsto, la città nuova. o per lo meno la parte della città nuova che si affaccia sulla riva orientale del fiume.

man mano che avanziamo sul lungofiume lo spazio si allunga si allarga. di nuovo quel senso di enormità che mi invade il petto, troppo piccolo e stretto per contenere lo sprofondo. il fiume si perde con la sua lingua che lecca la linea d’orizzonte, il cielo talmente alto distante sidereo da sembrare metallo e un sole freddo polare che illumina e non scalda. io, una lucertola immersa in un piumino nero lungo fino alle ginocchia, testa coperta dal cappuccio, due paia di calzettoni.

mani nelle tasche, alzo e abbasso la testa come le belle marionette di praga davanti al fasto liberty dei palazzi sul lungofiume. ma davanti alla casa danzante, un formicolio mi riattiva il sangue. che bella che sei tancící dum! la casa danzante è uno dei simboli della nuova praga. anzi, a essere precise, è il simbolo della convivenza del vecchio con il nuovo. nata sulle rovine dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, la casa danzante è in realtà costituita da due edifici - uno statico e uno dinamico - affettuosamente ribattezzati ginger e fred. qualcuno sostiene che siano un insulto alla bellezza di praga. in realtà, sono un’altra pagina spaziotemporale di questa città fatata, dove spazio e tempo sono evidentemente liberi dai vincoli della fisica classica. a praga tutto è possibile, tutto convive. spettri fate astronomi gatti regine diavoli gargoyle statue marionette madonne. praga è una vera città quantistica!

nové mêsto fu fondata nel XIV secolo da re carlo IV, quando praga era capitale del sacro romano impero, come nuovo quartiere delle attività commerciali. originariamente gotica, alla fine del XIX secolo subì un’efficace restyling architettonico. le vecchie case ridotte ormai a baracche furono distrutte e il risultato di due secoli di ricostruzione è davanti ai nostri occhi. una seducente mescolanza di stili che culmina nell’art nouveau e che coinvolge - dentro e fuori - palazzi piazze viali hotel.

nové mêsto è concepita attorno a tre agorà: il mercato dei cavalli (konský trh, piazza venceslao), che vedremo domani sulle tracce di alfons mucha, il mercato delle bestie (dobytcí trh, piazza di carlo) e il mercato del fieno (senovážné námêstí).

un brivido mi riporta dal medioevo al XXI secolo, ho freddo e credo di non essere la sola. sulla destra una vetrina piena di torte panno-burrose sembra dire entrate su! sono le cinque, è l’ora del tè. non potrò mangiare nulla, come al solito, ma qualcosa di bollente lo inghiotto volentieri.

sono circa le sei e mezzo quando riprendiamo la strada verso staré mêsto. due obiettivi per la serata, il teatro nero e la cucina kosher.

lo spettacolo è alle sette e dura un’oretta e mezzo. la protagonista - alice! - è una fanciulla che ci è molto cara, la prima occasione di lavoro insieme qualche anno fa, il primo universo che ha visto convivere la nostra follia, il nostro amore per l’arte per l’assurdo per l’estasi per l’invisibile. e poi le baccanti, e poi il deserto del marocco, e poi praga. in viaggio il sentimento di sorellanza moltiplica i sensi. la mia casa, i corpi delle mie compagne. il mio riferimento, la mia bussola, il mio ritorno dopo la solitudine. sedute sulle poltroncine di broccato rosa, aspettiamo si faccia buio..

ecco se il teatro è illusione, il teatro nero fa dell’illusione il proprio deus ex machina. gli oggetti inanimati prendono di colpo vita, recitano con gli attori sul palco, diventano essi stessi attori. il teatro nero restituisce all’uomo la dimensione fantastica dell’infanzia, quando tutto è possibile, quando alì babà e i quaranta ladroni erano tutti attorno al mio letto di bambina, quando chiudevo gli occhi e la voce di mia madre rischiarava le mille e una notte della mia stanza, quando la cicala e la formica cantavano e ballavano. insieme, perché nel mio personale mondo incantato non c’era spazio per la morale ma solo per la bellezza e la poesia.

le luci tornano ad accendersi in sala, la bicicletta di jiri srnec si è portata via alice e noi abbiamo fame. king solomon, aspettaci. stiamo arrivando.

l’ambiente che ci accoglie è placido e raffinato, una sorta di calore ci avvolge. è il benvenuto. siamo le sole a cena, il ristoratore ci illustra con calma i vari piatti nel menu. appena dietro di me re salomone ci guarda assiso in trono, sulla sua testa l’immancabile stella di david.

nella casa ebraica, la cucina è un tempio, il tavolo un altare. kosher - ciò che è adatto - indica i cibi che possono essere mangiati perchè conformi alle regole della torah, che classifica gli alimenti e separa i permessi (kosher, appunto) dai proibiti (taref). le regole kosher sono piuttosto complicate, il consiglio ai veri curiosi è di rivolgersi a fonti più competenti di me. ma il sunto è quanto segue.

  • proibito mangiare animali come maiale, lepre, crostacei, molluschi e insetti tranne le locuste
  • proibito mangiare pesci senza pinne o squame
  • proibito mescolare carne e latte
  • proibito mescolare carne e pesce
  • proibito mangiare sangue, tendini e alcune parti grasse (un tempo il grasso era riservato al tempio)
  • proibito mangiare parti tolte ad animali vivi
  • proibito macellare animali malati o con difetti fisici
  • proibito mangiare i frutti degli alberi con meno di 3 anni di età
  • proibito piantare il grano vicino alla vite
  • sconsigliati vino e pane non kosher poiché si rischia di contrarre matrimoni misti.

 

è tutto davvero molto buono, la mia zuppa di pollo con gnocchi di pane, la zuppa vegetariana di monica, la cotoletta con purè di simona. finita la mia insalata, sul fondo del piatto tra i chicchi di sesamo nero e il succo della barbabietola rossa appare la scritta original jewish recipes. viaggiare è un lusso enorme, mangiare i cibi di altri popoli di altre culture è un lusso enorme. quanto spesso dimentico di essere così fortunata. è il caso di brindare, chiudiamo la cena con due cordiali giri di cognac. siamo euforiche mentre torniamo verso casa. non ne parliamo, ma domani sera l’aereo ci riporterà a casa.

 

IV

suona la sveglia di monica che, come promesso ieri sera, vuole vedere ponte carlo all’alba. sono sveglia ma di affrontare il freddo senza caffè e cibo in corpo davvero non me la sento. faccio una doccia con calma mentre lei esce piano, simona dorme.

e alle nove si va, ultima giornata prima del ritorno, destinazione piazza venceslao (václavskè námêstí). bagagli in reception, metro, cambio a mustek e ritorniamo a vedere il cielo.

l’antico mercato dei cavalli, custodito dal santo protettore della repubblica ceca, più che una piazza sembra un largo viale. alla ricerca del museo mucha, avanziamo tra baracchine chiuse e alti palazzi. è in questa piazza che ha avuto luogo la primavera di praga, è in questa piazza che si trova il monumento a jan palach, che si diede alle fiamme in segno di protesta per l’occupazione sovietica. parlavo di bellezza e di poesia ieri. ecco ancora orrore e bellezza, che si affrontano si mescolano si nutrono l’un l’altra.

davvero la bellezza salverà il mondo, mio principe?

comunque sia, chi ama la bellezza e la poesia in questo museo rischia di lasciarci un pezzo di cuore. mucha non è uno degli esponenti dell’art nouveau, mucha è l’art nouveau, le sue opere raffinate, il suo universo femminile delicato espressivo malinconico fiero, che accende le stelle negli occhi.

il museo è concepito in tre sale, la prima dedicata al periodo in cui mucha vive a parigi e attraverso parigi conosce il teatro. il teatro e la grande sarah bernhardt, che tanto influenzerà la sua produzione. da una vita bohémienne ai limiti della povertà di colpo le donne di mucha sono ovunque. poster, scatole di biscotti, cartine per sigarette, francobolli, ceramiche, vetrate, bottiglie di champagne, ovunque.

nella seconda sala, dedicata all’epopea slava, le donne s’incarnano, diventano fiere eroiche indomite. ma l’opera che più mi colpisce è nella terza sala, un dipinto del 1923 dal doppio titolo: woman in the wilderness o star and siberia. dopo tanta bellezza torna l’orrore, a ribadire che bellezza e orrore si contengono si includono o - forse - sono la stessa cosa. il dipinto è la perfetta antitesi delle opere precedenti, o forse la perfetta sintesi. non un solo elemento decorativo, lo spazio è vuoto scabro bianco - giusto una linea a separare il freddo della terra da quello del cielo - sagome nere di lupi laggiù sulla collina, infine lei bellissima nella sua fragilità, vecchia povera rassegnata, il volto leggermente sollevato verso l’alto - quella stella - verso l’unica luce rimasta a illuminare il mondo.

resto diversi minuti ferma immobile davanti al quadro, una sorta di malia mi blocca le gambe e il respiro, tutto il dolore del mondo è lì davanti ai miei occhi, vorrei abbracciarla quella donna scaldarla salvarla da tutto quel bianco ma non posso, il suo corpo resta intrappolato per sempre di là della tela, il mio di qua nel presente - mi tremano le gambe - comincia a muoversi. chino il capo e vado via.

fuori il tempo resta incerto mentre ripercorriamo la grande piazza e raggiungiamo nuovamente la metro per la nostra ultima destinazione, il santuario di loreta.

il tram avanza e all’incrocio tra la via keplerova e la via loretanska appaiono su un’aiuola due statue bronzee. sono tycho brahe e johannes kepler, tycho tiene in mano uno strumento astronomico. perché praga è anche una città astronomica e a praga tycho raccolse i dati che venticinque anni dopo permisero a johannes di sovvertire l’ordine dell’universo e mettere a punto il modello eliocentrico.

ma ecco lontana la sagoma del santuario.

si racconta che fosse la casetta di nazareth in palestina quando l’arcangelo gabriele annunciò a maria che sarebbe diventata madre di dio. da nazareth maria partì per betlemme con giuseppe, mise al mondo gesù e tornò a casa. quando secoli dopo l’esercito crociato lasciò la palestina, gli angeli portarono la santa casa prima in dalmazia poi in italia..

 

una casetta tenuta sospesa da bellissimi angeli si librava nell’aria

 

.. in un bosco di lauri, dal quale la città prese il nome laurentum.

scendiamo in loretanske namesti, come - a dirla tutta - avevamo fatto ieri pomeriggio intorno alle quattro. per vederci chiudere l’ingresso sotto il naso. attenzione, quindi. molti monumenti a praga - per lo meno nell’orario invernale - chiudono alle sedici.

il santuario, dicevo, presenta una facciata barocca decorata con le statue dei santi giuseppe e giovanni battista. facciamo il biglietto ed entriamo.

la santa casa si trova al centro di un cortile circondato da sei cappelle, tutt’intorno un chiostro pieno di affreschi, all’interno una statua identica alla madonna di loreto. in realtà il legno è diverso, questo è tiglio. ma la statua è stata annerita dai secoli e dalle candele, perciò oggi ricorda in tutto e per tutto la nostra piccola madonna nera scolpita nel cedro.

la barocca danza macabra ha inizio nella chiesa della natività con le reliquie delle sante spagnole felicissima e marcia, gli scheletri sontuosamente vestiti e i crani ricoperti di cera. e prosegue in una delle sei cappelle laterali con il martirio di due sante italiane, sant’agata con la pinza che le strappò via i seni e sant’apollonia con la tenaglia che le strappò via i denti. ma la cappella più conturbante è sicuramente quella di nostra signora dei dolori. sull’altare maggiore la pietà gotica. sugli altari laterali, sorvegliati da coppie di angeli dall’aspetto piuttosto inquietante, riappaiono pinze e coltelli e seni recisi e denti strappati. e una crocifissione davvero peculiare, una donna con la barba.

si racconta che starosta, una principessa convertita al cristianesimo, fosse promessa in sposa dal padre a un re pagano. lei che aveva fatto voto di castità inorridì quando conobbe il suo destino. allora pregò dio affinché le facesse crescere la barba. il padre, intimorito da tale stregoneria, la fece crocifiggere.

 

tranquilla e immateriale essa esiste da sola e non muta

essa circola sempre senza stancarsi

essa è chiusa in se stessa senza principio senza fine

eterna poiché la sua rotondità non conosce alcun prima o alcun dopo

cioè alcun tempo

né alcun sopra o alcun sotto

cioè alcuno spazio

 

poi al materno privo di nome e immagine subentra la figura della grande madre. ma il carattere uroborico traspare ovunque essa venga venerata nella sua forma androgina, per esempio come dea con la barba.

santa starosta o santa vilgeforte o santa liberata o santa uncumber o santa eutropia. la femmina vergine e forte, la femmina che non è sposa di un solo uomo che non è madre di un solo figlio. amazzone per sempre.

e poi la grande madre viene scissa, la sua parte terribile incarnata in animali fantastici come le parche, le arpie, le gorgoni, le chimere, le sirene. messaggere di vita e di morte, cantatrici folli, nemiche giurate della ragione umana e dei tappi di cera di odisseo. la barba resta, essa è uno dei segni eccellenti del divino primigenio, barba di strega.

nella testa una diapositiva, così di traverso. le streghe del macbeth. le streghe del macbeth hanno la barba. le streghe del macbeth sono le parche barbute, le sorelle fatali che annunciano il disordine del mondo, il brutto che è bello, il bello che è brutto, il capovolgimento di ogni logica e gerarchia.

si racconta che, mentre la nostra santa rantola sulla croce, un violinista girovago ne accompagni l’agonia suonando il suo strumento. essa allora lascia che una delle sue scarpette d’oro le scivoli dai piedi a ringraziarlo. a questo punto, nella mia testa un turbine di storie si intrecciano si toccano si mescolano si nascondono. e appare il corpo delle fiabe - la mappa primigenia del cuore femminile - appaiono scarpette rosse e il suonatore di violino, cenerentola e la sua scarpetta di cristallo, il diavolo mancino e musicista, e streghe e lupi e boschi e matrigne.

salendo le scale che portano al loggione, incrocio un affresco che ritrae ancora la santa crocifissa. e al piano di sopra, tra dita e piedi di santi e di martiri, lo sfavillante tesoro del loreto. una sala piena di oggetti liturgici, uno più prezioso dell’altro, il più prezioso il più famigerato è il sole di praga, uno scrigno d’oro di oltre dieci chili alto quasi un metro con più di seimila diamanti incastonati.

all’uscita dal santuario, siamo frastornate e infreddolite e come se non bastasse pioviggina. c’è un bar sulla piazza, ci guardiamo e in un attimo siamo dentro. il locale deliziosamente arredato e accogliente sembra il salotto di una casa inglese. ci intratteniamo un bel po’, simona cova la febbre.

sono circa le cinque quando riprendiamo la strada di casa. arrivate in hotel, simona si ferma a riposare mentre io e monica osiamo l’ultimo giro. attraverso le strade cento volte percorse in questi quattro giorni ripassiamo una volta ancora da karlova ulice e raggiungiamo starom?stské nám?stí.

e in piazza mi congedo da questa città in bilico tra la fiaba e la magia con un realissimo piatto di prosciutto di praga e un bicchiere di vino bollente. giro lo sguardo tutto intorno mentre la mia mano fredda assorbe il calore dal bicchiere, in bocca il sapore fumoso della carne. ringrazio in silenzio ciò che ho avuto e tocco con tutta la dolcezza possibile il bicchiere della mia compagna, i miei occhi dentro i suoi occhi. è tempo, cappuccetto, torniamo a casa.

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