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ore sette si parte.

partire, mettersi in viaggio. lasciare andare e lasciarsi andare.

mi guardo intorno mentre le mie compagne parlano piano, fuori fa giorno. ecco l’aereo si muove, tra un attimo lo stacco, il salto.

e il ricominciamento.

l’atavico movimento dell’acqua, dagli angoli più timidi del cuore verso il bordo più esposto

la pelle

ricomincia.

si muove piano - essa non ha fretta - occupa tutti gli anfratti, prosegue a tratti impetuosa a tratti cheta, spumeggia gorgoglia contro gli spigoli, appare immobile pur non essendolo, dicono le mie mani in questo momento.

in scrittura l’acqua prende forma, diventa taglio, verga la carta bianca come la paura, percorre la mia colonna, trapassa i pori, s’infrange contro le cicatrici e si fa brivido.

il corpo non capisce, lui è ingenuo come un bambino. s’agita, freme contro la cintura, in volo il trapasso s’acclara.

 

il corpo fluido appoggiato al seggiolino

- un pezzo di vita chiuso dentro una valigia sopra la mia testa -

ha da convincersi che questa bolla strana fatta di tempo e spazio abbia un senso

perché un senso essa non l’ha

il corpo cerca un appiglio al mistero

alla mancanza di realtà sotto i piedi

all’azzurro impietoso e cangiante che vira in bianco voluttuoso e soffice

ché quel bianco e quell’azzurro non convincono gli occhi

dovrebbero quei colori stare sopra e non sotto

- sopra e non sotto -

in questo squarcio di mondo bizzarro e capovolto

 

I

l’arrivo all’aeroporto di praga, sotto un cielo coperto di nubi, pozzanghere d’acqua qua e là, vento frizzante, residui di neve agli angoli dei giardini. il 119 corre sulla strada verso il centro della città, poi la metro fino a mustek, il cambio e infine l’arrivo in národní trída. siamo in nové mêsto, la città nuova.

appena fuori dalla metro, la prima meraviglia di praga.

la gigantesca testa lucente di franz kafka si muove e ruota a scadenza regolare. come un cubo di rubik, disintegra i suoi piani con i suoi quarantuno anelli che girano a diverse velocità, poi li ricombina piano dopo un viaggio chissà dove fino a restituire il volto mutandone posizione nello spazio. david cerný, sei un genio.

è presto per il check-in, sono appena le dieci, così lasciamo i nostri bagagli in hotel e ci apprestiamo a fare un primo giro per la magica città. perché praga magica lo è davvero.

per tutti coloro che come me si lasciano sedurre dal fascino dell’invisibile, praga rappresenta uno dei tre vertici del triangolo bianco - gli altri torino e lione - in antitesi al triangolo nero che torino forma con londra e san francisco. praga è raccontata dalle sue leggende, a partire dalla sua origine..

 

vedo una città

che sarà illustre nel mondo

e la cui gloria toccherà le stelle

 

si racconta che la bella principessa libuše, la più saggia tra tre sorelle, ne abbia predetto la nascita e il futuro splendore. e l’abbia chiamata prah, la soglia. in quel punto, nel punto sognato da libuše, in quel punto in cui lei sognò un uomo tracciare la soglia della sua casa, oggi sorge pražský hrad, il castello di praga.

ancora oggi l’effige di libuše appare su uno dei palazzi affacciati su staromêstské námêstí, la piazza della città vecchia. ma in realtà libuše è in ogni dove, libuše è l’occhio silenzioso e immortale delle madri.

passiamo di fronte al neorinascimentale teatro nazionale (národní divadlo) e in cinque minuti siamo sul lungofiume. lo spazio si spalanca sul moldava, il cielo rincorre le nuvole gonfie, fa freddo quando il sole si nasconde, sottili gocce d’acqua bagnano il mondo, poi le nuvole rapide fuggono altrove. tutto è di nuovo gigante, il moldava è una visione che toglie il respiro, spazio a perdita d’occhio, il castello lontano, colline distanti laggiù in fondo separate da tutta questa acqua, e i ponti che tentano di raggiungerle quelle colline gettandosi contro il cielo, e acqua e cielo in rapido movimento che si desiderano, si cercano senza raggiungersi mai. camminiamo rapite, passiamo la fontana di križík (križíkova fontána), superiamo dei musicanti e raggiungiamo karluv most.

in origine, c’era una passerella fatta di tronchi di legno legati tra loro a collegare staré mêsto, la città vecchia, e malá strana, la città piccola. karluv most è il ponte più antico di praga. karluv most e le sue due torri, la più piccina del XII secolo, la più alta del XV secolo. karluv most, le sue due torri e la porta d’accesso - la più bella porta gotica d’europa - e 30 statue di santi.

ci sono quattro gradi e il novantotto per cento di umidità. aspettando che il semaforo pedonale faccia verde, tiro su il cappuccio del piumino. copritevi, rettili! perché praga si gira a piedi e star tanto all’aria aperta può giocare brutti scherzi. soprattutto perché - ne vedrete! - qualche impavido praghese sfida il freddo, fumandosi una sigaretta fuori dal negozio in maniche corte.

ecco che scatta il semaforo, una folla di turisti passa da una parte all’altra e in mezzo alla fiumana entriamo in staré mêsto, la città vecchia.

avanziamo qualche minuto sui ciottoli che pavimentano la via karlova e facciamo la prima sosta. sulla destra, una bottega fa trdelník. la lunga coda di persone in attesa è la migliore garanzia della bontà di uno dei prodotti tipici di questa regione d’europa, conosciuto in italia come manicotto di boemia. un impasto dolce arrotolato attorno a un bastone e messo a cuocere su una sorta di spiedo finché prende la tipica forma di un comignolo, farcito a seconda della gola di chi lo mangia. vietato agli intolleranti al lattosio come me, per i fortunati una vera leccornia. ci torneremo al good food, praticamente tutti i giorni.

di nuovo all’aria aperta, stiamo per raggiungere la piazza quando davanti ai miei occhi appaiono due alte torri che bucano le nuvole con le loro guglie aguzze e nere. è il tempio di santa maria di týn (XIV secolo), gotico all’esterno e barocco all’interno. nonostante la chiesa domini la piazza principale di staré mêsto, man mano che ci avviciniamo essa sembra ritrarsi, racchiusa dalle case circostanti che paiono costruite apposta a ridosso delle sue mura.

mentre sono lì incantata davanti a cotanta statura, una strana agitazione serpeggia poco avanti. un capannello di persone che aumenta a vista d’occhio sembra aspettare qualcosa di importante. è quasi mezzogiorno, giro anch’io lo sguardo mentre siamo a pochi passi e, se non fosse stato abbastanza lo stupore, adesso sono letteralmente a bocca aperta. è staromêstský orloj, l’orologio astronomico di praga. sta per scoccare l’ora e siamo tutti a bocca aperta, tutti con gli occhi fissi sulle due finestrelle azzurre del campanile del palazzo del municipio. ci sono quattro piccole statue sotto il grande disco orario, divise in coppie. sulla destra signora morte suona con una mano una campanella mentre con l’altra gira una clessidra e accanto la lussuria, sull’altro lato l’avarizia e la vanità.

ed ecco che le finestrelle si aprono e sfila la processione degli apostoli guidati da pietro, con una grossa chiave in mano. l’orologio - un autentico capolavoro della meccanica - segna l’ora, la posizione del sole e della luna nello zodiaco, e la durata della notte astronomica.

si racconta che mastro orologiaio hanuš z riže sarebbe stato accecato dai consiglieri di praga per impedirgli di costruirne un altro di capolavoro. ma anche hanuš è una leggenda. l’orologio è del mastro orologiaio mikuláš z kada e di jan šindel, professore di matematica e astronomia dell’università di praga.

la grande piazza, circondata da magnifici palazzi e da fumosi baracchini che vendono l’altra tipica squisitezza ceca, il prosciutto di praga, brulica di gente. lì al centro il monumento dedicato a jan hus, il grande riformatore della chiesa ceca, collocato nella piazza nel cinquecentesimo anniversario della morte. oltre, l’elegante via parížská che percorreremo tra due giorni per visitare il ghetto ebraico.

ma siamo stanche e affamate. così torniamo indietro e prima di raggiungere l’hotel ci fermiamo a mangiare un boccone al dhaba beas vegetarian self-service, buono ed economico, a due passi da “casa”.

e così, dopo aver preso possesso della nostra camera a cinque stelle, aggiungo uno strato sotto il piumino e via di nuovo in strada. destinazione malá strana, la piccola praga oltre il ponte, il quartiere ai piedi della collina su cui sorge il castello. malá strana, insieme a staré mesto e novó mesto, costituisce praga 1, l’attuale centro di praga. arrivate di nuovo alla porta, ci apprestiamo a passare ponte carlo.

mentre camminiamo tra i protettori di pietra, di nuovo una pioggia fredda e sottile comincia a cadere dal cielo. gli ambulanti coprono in fretta le loro mercanzie e mille ombrelli si aprono mentre girelliamo tra le meraviglie di questo quartiere che, distrutto dalle guerre hussite e dall’incendio del 1541, è stato in buona parte ricostruito in stile barocco da numerosi artisti italiani. al centro di malá strana l’omonima piazza, malostranské námêstí, accoglie la cattedrale di san nicola in malá strana (kostel svateho mikuláše), la chiesa barocca più famosa di praga. il suo interno raggiunge un’altezza di circa cinquanta metri, l’interno più alto di tutta la città.

malá strana, la sua architettura particolare, i passaggi stretti, i pontili sull’acqua, le numerose stradine, i giardini nascosti, i negozietti dalle cui vetrine ti guardano mille marionette, è davvero uno dei luoghi più magici d’europa. piove di nuovo, in piazza maltese prendiamo al volo un tram. siamo stanche e approfittiamo del biglietto con validità tre giorni per fare un giro fuori programma. mentre il tram procede tra le vie di praga, il cielo si apre e il sole comincia a scendere.

torniamo in piazza maltese in tempo per un aperitivo. ci infiliamo in un localino, davvero molto particolare. accogliente, caldo, ottima birra, arredamento sobrio e ricercato. restiamo a sorseggiare birra praghese il tempo necessario prima della meritata cena da vkolkovne restaurant.

il ristorante è in realtà un pub cucina, tutto davvero buono. il mio agnello, la zuppa di monica, ma il pezzo forte è sicuramente lo stinco di maiale che ha ordinato simona. da solo peserà un chilo e, per quanta fame si impegni a metterci la buongustaia, buona parte resterà nel piatto..

II

eccoci, dopo una colazione luculliana in hotel, allineate e coperte - più di ogni altra cosa coperte - siamo pronte per affrontare la nostra seconda giornata a praga. destinazione pražský hrad, il castello di praga, il più grande castrum del mondo. patrimonio dell’unesco, pražský hrad è un complesso di costruzioni civili e religiose che coprono un arco spaziotemporale di oltre quattrocentocinquantamila metriquadri e millecento anni.

mentre aspettiamo il 22 verso il castello, penso a franz kafka e al suo castello incompiuto, a quel castello che il kafkiano impiegato di banca guardava tutte le mattine mentre andava a lavoro, a quel castello in cui lo stesso kafka visse in una casetta al 22 del vicolo d’oro.

il tram risale mariánské hradby, corre lungo il fianco delle ripide viuzze di malá strana, lungo il fianco della nerudova, la suggestiva via barocca che dal piccolo quartiere s’inerpica fino al castello. arriviamo all’ingresso attraverso una via pedonale acciottolata, sulla sinistra i giardini reali. guida e biglietto in mano, attraversiamo l’antico ponte levatoio sul fossato e siamo dentro.

la seconda corte ospita la pinacoteca e l’esposizione del tesoro di san vito, purtroppo chiuso. alzo gli occhi, lì sulla sinistra, oltre il muro della corte, spuntano altissimi due pinnacoli neri. è la cattedrale di san vito, adolescente martire italiano. lucano, per l’esattezza.

 

e si procedette a cristianizzare il mondo contadino

eliminando laddove possibile ogni influenza pagana

ingerendone i rituali

e sostituendo le antiche credenze con nuove credenze senza corpo

 

così il ragno pizzica la donna da sotto le vesti mentre essa raccoglie le spighe di grano. il suo morso è veleno nel sangue della donna e la donna pizzicata inizia a muoversi, a danzare. le movenze spasmodiche degli arti della donna - l’estasi provocata dal veleno della tarantola - il volto della donna trasfigurato, il suo corpo teso verso le stelle, il ritmo dei cimbali e dei campanelli. dioniso, mio signore, ho il ballo di san vito. e non mi passa.

mezzogiorno si avvicina. così, prima di visitare la meraviglia gotica nascosta nel cuore di pražský hrad, attraversiamo la barocca porta di mattia, poi la prima corte, poi siamo fuori. vogliamo assistere al cambio della guardia. così, mescolate ai tanti turisti in visita, mi preparo telefono alla mano a immortalare la suggestiva cerimonia del cambio. dopo tredici lunghi minuti inginocchiata in una posizione improbabile, il mio gomito e le mie gambe ringraziano. continuiamo il giro.

ripassato l’ingresso decorato da titaniche statue che rappresentano la gigantomachia, riattraversate la prima e la seconda corte, sto per entrare nella terza corte ma una sagoma imponente verderame mi offusca lo spazio dentro gli occhi. è chram svateho vita, la cattedrale di san vito, mille anni di storia di praga.

impossibile descriverla, bisogna farsi inghiottire dalle guglie, le altezze, gli sprofondi, le cappelle laterali, gli altari, le statue sospese contro i muri, lo sfarzo dell’argento e del broccato, le canne dell’organo lì in alto, la luce che si frantuma contro le vetrate. una all’interno della sacrestia dell’ala est è la vetrata di alphons mucha, il principale esponente dell’art nouveau.

enorme, sublime, misteriosa san vito. davvero bellissima.

l’ingresso del palazzo reale conduce nell’immensa sala vladislao. le volte sono infinite, la sala talmente ampia che ospitava i giochi a cavallo. sulla destra un’altra sala, la cancelleria di boemia, dove nel XVII secolo ebbe luogo la seconda defenestrazione di praga. il museo del castello racconta attraverso le sue vetrine piene di monete, documenti, vesti, libri, utensili, le molte pagine della storia civile e religiosa della boemia.

in jirske namesti (piazza san giorgio) troneggia un altro capolavoro d’arte, la bazilika svateho jiri (basilica di san giorgio). all’interno della chiesa romanica, sotto le scale che conducono al coro, c’è una cripta. sull’altare della cripta la statua nera di santa brigida, il suo ventre pieno di lucertole e serpenti.

si racconta che la fanciulla si chiamasse vanitas e che fosse morta e nera per la decomposizione. si racconta che la statua scolpita dall’italiano spinetti fosse un gesto di espiazione per una violenza compiuta in questa chiesa.

 

ma la grande madre nera brigit aveva come simboli il serpente e il drago

e i padri non riuscendo a sradicarne il culto

contro il corpo del drago armarono di spada la mano di san giorgio

e contro il corpo della dea posero il corpo di una monaca vergine e mai esistita, santa brigida

e celebrarono la santa delle candele nello stesso giorno, al due di febbraio, il giorno di candelora

 

santa brigida, è lei. appare nella formula contro la ‘mmidia (l’invidia) trasmessami da mia madre la sera di san giovanni.

superate la torre di dalibor e la torre delle polveri, siamo in zlatá ulicka. siamo nel vicolo dei fabbricatori d’oro, in cui i medievali seguaci dell’alchimia avevano arroventato per secoli la pietra filosofale e avvelenato i raggi lunari. il vicolo d’oro degli alchimisti, come lo descrive meyrink nel golem. le case piccolissime - il numero 22, dove viveva franz kafka! - sembrano uscite da un libro di fiabe.

si racconta che gli alchimisti di vicolo d’oro vivessero alla ricerca dell’elisir di lunga vita e della formula che trasmutava il ferro in oro. così, nel cuore pauroso degli uomini, il vicolo d’oro era abitato dal demonio. e, a dirla tutta, ancora una volta non è tutto leggenda. l’imperatore rodolfo II era davvero attratto dalle arti magiche e accolse alla corte boema diversi stregoni d’europa, tra cui l’alchimista inglese john dee. arcimboldi lo dipinge in veste del metamorfico vertumno, la divinità etrusca che rappresentava il mutare delle stagioni e il maturare dei frutti.

sulla via del ritorno visitiamo l’esposizione delle armature e degli elmi che culmina nella sala delle torture. ci vuole un caffè bollente, fa davvero freddo e sono sei ore che scarpiniamo, di ridiscendere la nerudova molta voglia non c’è..

ehi, arriva il 22! saliamo e finalmente ci mettiamo a sedere, si torna in malá strana. destinazione kostel panny marie vítêzné, la chiesa della vergine maria della vittoria, la madre del bambino gesù.

si racconta che la statuetta lignea, ricoperta di cera e conservata all’interno della chiesa, abbia fatto un lungo viaggio - dalla lontana spagna fino alla boemia - intorno al XVI secolo. si racconta che praga sia stata la prima città a dedicare un culto al bambino gesù. si racconta che la statua rimase seriamente danneggiata durante il saccheggio dei sassoni e gettata tra le rovine dietro all’altare maggiore. si racconta che essa salvò la città durante l’assedio degli svedi. fatto sta che la piccola statua è oggetto di grande devozione a praga e nel mondo. sì, o santo bambino gesù, ho grande bisogno di te.

quasi alla fine di ponte carlo, una scalinata in pietra consente di accedere a na kampa, la piazza dell’isola di kampa. l’isola è chiusa tra il moldava e il certovka - il canale del diavolo - un canale artificiale fatto costruire dai cavalieri di malta per i nove mulini di malá strana. si racconta che in una delle case dell’isola vivesse una vecchia attaccabrighe. una notte qualcuno disegnò sul muro della sua casa sei diavoli e una scritta: casa dei sette diavoli. ma, anche in questo caso, non tutto è leggenda. les trois cannons - la prima loggia massonica di praga - scelse na kampa come residenza, proprio come i cavalieri di malta molto tempo prima. oggi i mulini sono tre. l’ultimo - il mulino del gran priorato - è nei pressi di velkoprevorské námêstí (piazza del gran priorato).

nel tratto tra kampa e la piazza ritorniamo al presente. vicino al museo, un gruppo di bambini giganti gattona sull’erba. il loro corpo anatomicamente smisurato e un codice a barre al posto del volto sono più potenti del solletico, sorrido. l’ho già detto? david cerný, sei un genio.

in piazza del gran priorato un altro pezzo della storia di oggi, il muro di john lennon. proprietà dei cavalieri di malta, il muro è un’opera vivente di graffiti e scritte che ricordano le canzoni del leader dei beatles, diventato per i ragazzi di tutto il mondo un simbolo di libertà. negli anni ottanta, dopo l’assassinio di lennon, i ragazzi di praga continuarono la lotta pacifica del cantante su quel muro. il regime comunista cercò più volte di ridurre quel muro al silenzio, ma ciò che il passato oscurava di notte, il futuro ridipingeva di giorno..

per cena scegliamo un locale in staré mêsto, u knihovny, una piccola trattoria gestita da una signora che parla un buon italiano e serve una buona cucina ceca. anche stasera è simona a scegliere la specialità locale per eccellenza, il goulash praghese. carne di maiale e manzo, crauti con la salsa e houskové knedliky, i caratteristici gnocchi di pane. a praga in alcuni locali è ancora possibile fumare, ma le pale dell’aeratore svolgono egregiamente il loro compito. ceniamo piuttosto in fretta, siamo stanche. nella passeggiata indietro verso casa attraverso i vicoli della città vecchia, praga si mostra potente in tutto il suo aspetto lunare...

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