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l’alba avanza e lascia posto al giorno. e io, eccomi qui di nuovo a bordo, odio volare.

ecco l’aereo comincia i suoi movimenti, tra un po’ la solita profondissima paura si impossesserà del mio corpo, le mie mani inizieranno a sudare.

ecco l’acqua si sposta dalla sua collocazione naturale, si muove piano come solo l’acqua è capace, raggiunge la pelle umile barriera tra me e il mondo,

la umetta, la immadida, la irrora, la ammorbidisce.

la gonfia

ed essa s’apre e lascia uscire.

l’acqua, la porta tra me e il cosmo là fuori, lo stacco, io che non guardo fuori, che fingo perché ho paura.

l’acqua tracima, soffro in silenzio, se penso al significato di trapasso, ecco il volo cos’è. è il principiare di qualcosa di diverso, nulla è normale nel tempo del volo, oh sì posso fingere di camminare e di sedere ma questi termini non hanno proprio senso, tutto è sospeso sotto di me e sopra e intorno, i liquidi si muovono nel mio vaso di pandora che tiene a bada i mostri.

mi accorgo, dopo diversi tentativi di addormentarmi, mi accorgo che non voglio, che spalanco gli occhi come facevo da piccola, che il mio corpo non vuole perdere il controllo, lui vuole restare vigile, vuole vedere, quasi un piacere perverso a vivere tutto allo spasimo,

che se mi addormento non vedo,

che se mi addormento non vivo,

che se mi addormento il babau sulla finestra comincia a ghignare.

e allora dai giochiamo a chi ghigna di più, brutto animale peloso.

 

ricordo che durante l’infinito numero di scosse che hanno tormentato il corpo degli abruzzi, il mio di corpo aveva imparato a registrare anche il minimo spostamento d’aria. le turbolenze hanno un effetto simile, lo elettrizzano, lo asciugano, e per quanto mi ostini a respirare piano nell’organico tentativo di rilassarlo, lui m’ignora e organizza la sua reazione.

netta è la sensazione di non-essere, il corpo non-sta, è accelerato, sente la tensione che sposta i liquidi, è come se il corpo volesse uscire da se stesso. lo capisco, è chiuso in una scatola volante, anche i gatti chiusi nelle scatole miagolano e raspano e non capiscono.

fuori l’azzurro intenso contro l’ala è un insulto, uno sberleffo alla mia paura.

coraggio, cielo!

portami in giro come fai con gli uccelli, portami come fai con le nuvole che respirano e si gonfiano e piangono come anch’io vorrei fare.

che quando alzo gli occhi al cielo e vedo le rondini danzare folli e libere nell’aria,

allora io mi commuovo e finalmente l’acqua esce anche dai miei occhi di madonnina scura.

ecco sì ciò che sfioro volando è l’abbandono di me stessa da me stessa, la separazione da questo occhio guardiano che non cede alla seduzione di morfeo.

eppure è proprio la paura a tenermi agganciata al corpo, se non avessi paura volerei via passeggiando con chagall, è la paura la vera forma di peccato, l’atto estremo di tracotanza verso gli dèi, l’atto di sfida al cielo è possedere un corpo che gli dèi gelosi non hanno,

questa sostanza greve e impenetrabile che ci separa dall’altro e al contempo ci unisce all’altro e al contempo ci rende unici.

e appare la terra lituana.

appare il verde dei boschi e dei campi, appare l’acqua ben racchiusa nei fiumi e nei laghi e nei pelaghi, e infine la terra scura e le case coi tetti rossi e spioventi, i miei occhi si inteneriscono, ecco che finalmente piango.

inizia da qui un lungo viaggio che vi porterà con me alla scoperta della lituania e dei suoi mille tesori nascosti.

La capitale

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