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Il tesoro di Petra è forse lo scatto più noto, conosciuto e diffuso di questo sito, il fiore all’occhiello. La cosa che invece ha scatenato le mie fantasie non è stato tanto vederlo, quanto non vederlo. Perché dall’alto, da qualsiasi punto del deserto tu ti muova attorno a Petra, puoi osservare la valle, ma sia il tesoro che le costruzioni maestose ed esageratamente sfarzose non le vedi. 
Perché ci tenevano al loro tesoro, e per quanto fosse da vivere e visitare, da fuori e senza sapere dov’era non lo potevi trovare.
Ed è questo uno dei lati affascinati di questo sito, il fatto che attorno a noi si svolgano delle storie complesse, fatte di ingegneria, arte, capacità costruttive, studio del territorio, attenzione al dettaglio e capacità esecutiva degni dell’epoca moderna.

A parte le storie che avrete letto mille volte sulla bellezza della facciata, la cosa che colpisce da subito è sia la matematicità, che il contagio degli stili.
Ma la scoperta avviene dopo aver percorso, e osservato, lo stranissimo fenomeno che ha creato il canyon che cela e nasconde, anche dall’alto, il tesoro: uno montagna spaccata, aperta in due un po’ come il mare di Mosè, ma ancora visibile  tangibile nel precorrerlo.
E qui, crocevia e punto di ristoro e di rifocillazione delle carovane del deserto, il più grande autogrill Arabo del mondo lo definisce simpaticamente la nostra guida, si era veramente attenti al dettaglio, al particolare e all’ottimizzazione. Lungo tutto il percorso, oltre che a case strategiche scavate nella pietra e comodo punto di soggiorno delle popolazioni locali, un sistema idrico di recupero delle acquee e un sistema di scolo di quelle piovane garantiva un continuo approvigionamento. 
Finito di attraversare il canyon, appare davanti il tesoro, inutile dire che è una emozione intensa e che rapisce l’anima osservare con quale perizia sia sia scavato nella roccia, dall’alto verso il basso, per ricavare uno splendore che ha poco da invidiare alle opere del Bernini. 
Ma il tesoro, purtroppo non più visitabile al suo interno e che, quindi, di può solo fotografare da fuori è l’apertura su un mondo magico  e misterioso che sta alle sue spalle. Inizia infatti un percorso fatto di storia e di tradizioni che si sono scontrate, mescolate, hanno convissuto e combattuto, e hanno cambiato e mutato la natura di questo posto.
Per quanto patrimonio dell’UNESCO, grazie ad una norma che ha permesso a chi ospitava il sito di continuare a viverci, Petra è ancora un crocevia di culture lontane che qui si incontrano e si scontrano.
Di certo, oltre a guardarne la maestosità, c’è da considerarne la matematica: Petra non è una opera improvvista e scavata nella pietra, ma è la concretizzazione di un ben preciso disegno e progetto, di cui non ci sono prove, la cui esistenza possiamo ricavare dalle regole matematiche con cui è stata costruita. Concettuale, i suoi disegni rappresentano l’ascesa verso il cielo, e contagiata, con capitelli corinzi adornati con frutti locali, a testimonanza di incroci e scontri tra tradizione stile. Una firma, del riconoscimento di uno e dell’altro, in un‘ opera che toglie il fiato a chiuqnue quando gli appare davanti.

Credo che il vero pezzo forte sia uscire dal bellissimo angolo di paradiso nascosto del tesoro e osservare quelli che c’è dopo, con un susseguirsi di case e vani scavati nella pietra a migliaia, opere d’arte scavate nella roccia altrettanto maestose e ridondanti, addentrarvi nei buchi del terreno ad osservare i colori della roccia e del deserto.
Tacciati, a buona ragione, di aver inspirato stilisti come Missoni le cascate poliedriche di colori vi rapiranno, osservare e pensare come popoli antichi vi abbiano trovato ristoro e refrigerio, provare ad immaginarli dietro ad un fuoco a preparare il pranzo o la cena vedendo calare il sole sul deserto.
Un'immensa città, con al centro un grande teatro, in grado di ospitare 4000 ospiti, fatto a mezzaluna, in un incrocio di capitelli corinzi adornati con note di colore e di arte araba.
La parte da osservare e capire più lentamente è questa, fatta di tracce del vecchio lastricato che permetteva ai carri di correre più agevolmente, ancora tempestato di venditori locali che vi offrono (anche esageratamente) passaggi a dorso d’asino, di cammello o di cavallo, e in mezzo ad un panorama quasi lunare tempestato di gemme preziose.
Questo, un po’ come più in generale la Giordania, erano un punto di passaggio, in cui l’ostenatazione del potere passava per l’arte, interpretata negli immensi teatri o raccontata in opere e sculture che il tempo, il vento, e le intemperie ancora oggi faticano a cancellare.
Di certo la mancanza di una forte politica di sorveglianza, malattia di cui noi stessi italiani soffriamo fortemente, non permette una completa fruizione di questo immenso patrimonio. Di certo c’è che maggiore è il numero dei visitatori, maggiori sono i fondi che riescono a essere resi disponibili per continuare a scavar e scoprire. 
Di certo c’è, e potete capirlo dalle foto, che anche avere una prospettiva diversa, oltre a quella classica, visitando questo territorio ti può portare a scoprire e innamorarti di dettagli e punti di vista che non sono quelli più conosciuti.

Sicuramente da visitare di notte, il sito ha specifiche giornate di apertura anche notturna, momento in cui le temperature permettono di viverla più agevolmente, e che probabilmente scatenerà ancora più forti certe emozioni ai sognatori.

Un viaggio nei colori, nel mistero, e nelle storie che hanno fatto questo sito il crocevia di culture, usi, tradizioni e stili che  sono scontrati, conosciuti e che sono rimasti scolpiti in una roccia che devi cominciare a scavare dall’alto, se vuoi che resista e che possa raccontare anche solo una parte della storia che qui si è vissuta.
Un tuffo nel passato che merita di essere vissuto lentamente, e osservando, con lo sguardo curioso di chi si immedesima più che può nel passato che sta vivendo.

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