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riga

il passaggio dalla lituania alla lettonia è segnato da vecchie dogane disuse. la campagna si fa selvatica, le strade sconnesse. la lettonia appare più irruenta, i boschi più fitti, sulla strada che porta a riga vedo mietitrebbia, una mucca che rumina accovacciata, cavalli, rondini, qualche cicogna che ad ali spiegate solca il cielo. la gentilezza del paesaggio lituano lascia il posto a una certa ruvidezza, una sorta di impeto, la lettonia pare un’adolescente piena di contrastanti sbalzi d’umore. avrò conferma del carattere giovane e intermittente della lettonia all’andata percorrendo la strada verso riga. e al ritorno verso vilnius, nella valigia il biglietto d’ingresso per l’opulento palazzo di rundale accanto a quello per le rovine del castello di bauska.

riga, ecco riga è davvero gigantesca.

acquatica, aperta, galleggia qua e là tra il baltico e la foce incontenibile del daugava, con i suoi palazzi altissimi dalle forme bizzarre, decorati da facce mostruose demoniache, sgocciolatoi a forma di drago, geometrie caleidoscopiche, sagome insolite, colori netti merletti punte, riga sembra un enorme luminoso disco volante, una fantastica città del futuro nel cuore di un paese che mostra i segni di un passato non ancora passato.

la periferia della città - così com’è stato a vilnius e come sarà a tallinn - testimonia la desolante architettura dell’occupazione sovietica. file di casermoni grigi, spenti, tristi, silenziosi. brutti. riga più delle altre capitali porta le cicatrici dell’occupazione, la lettonia appare la più ferita, la più straziata, riga ancora soggetta a una nuova forma di occupazione russa, la sera l’aria frizzante è spezzata da strilla di ragazzi ubriachi, suv che sfrecciano prepotenti per le strade, risate sguaiate di una gioventù straniera ricca e viziata che ancora la fa da padrona.

mentre passeggiamo verso riga, patrimonio come le sorelle vilnius e tallinn dell’unesco, cerco - cartina alla mano - di resistere all’aria pungente del nord. il primo incontro è una ragazza con le braccia sollevate, in piedi su un podio altissimo, che regge tre stelle dorate: è il monumento alla libertà, il simbolo della lettonia, riga la più grande città dei baltici fu la capitale dei tre territori occupati dalla bestia nazista. la bella e la bestia, ma non è una fiaba.

d’un tratto la strada si apre su una piazza enorme.

resto folgorata davanti alla russa cattedrale della natività di cristo, possente altissima, con enormi cupole a cipolla. come nella chiesa greca ortodossa dello spirito santo a vilnius una voce, anzi un coro di voci.

voci femminili sottili cristalline,

scalano il cielo tintinnano le cupole d’oro frammentano l’alto raggiungono le vetrate,

qui come nella chiesa russa ortodossa alexander nevsky di tallinn con le cupole dorate che brilleranno al sole. passiamo una prima volta sul fiume daugava e man mano che ci avviciniamo alla città vecchia lo spazio si ridimensiona e si anima, le auto spariscono, le strade si riempiono di persone di musica di festa.

dalla porta svedese, l’unica porta della città ancora intatta - qui nei baltici i popoli dominatori sono stati tanti nel corso dei secoli, una chiesa russa, una porta svedese - entriamo in vecriga.

vecriga sembra una città fantastica, anzi lo è. il senso di smarrimento che mi aveva colto camminando tra i palazzi scuri e altissimi della parte moderna si cheta, o meglio muta. ora mi perdo nei dettagli,vecriga è una sorta di caleidoscopio, due tre palazzi l’uno accanto all’altro uno più bello dell’altro, una piazza con tre chiese, la porta svedese, deliziosi stencil sui gradini delle case, ragazzi e ragazze in costume medioevale che catturano l’attenzione dei turisti affamati. e la piazza principale attorno a cui tutto vortica, piena di localini e di musica.

i tre fratelli (tris bri) sono tre titani, tre giganti di pietra, le tre case più antiche della città. uno verde uno rosa l’altro bianco, uno accanto all’altro vicinissimi, nati su un arco temporale di quattro secoli e abbracciati per sempre. che strano, a tallinn vedremo un’altra famiglia di edifici, sempre antichissimi, sempre in pietra: le tre sorelle.

...

c’erano tre fratellini

jaizi, jaizi draizi, jaizi droni

e c’erano tre sorelline

zipka, zipka lipka, zipka lipka lim pon pon

si amarono e nacquero tre bambini

jaizi zipka, jaizi draizi zipka lipka e jaizi droni zipka lipka lim pon pon

...

usciamo per un attimo dalla cinta muraria per vedere il castello e di nuovo lo sguardo si perde sul daugava dalla tanta acqua che, dopo aver attraversato russia, bielorussia e lettonia arriva qui a riga per perdersi nel suo golfo. il presente di una città in continuo movimento, i suoi cantieri, le alte gru, laggiù il monumento alla libertà taglia verticale lo spazio; e il suo passato di città percorsa da molti popoli, molte culture, riga è un florilegio di chiese di varia appartenenza: la luterana san pietro, la cattolica san giacomo, l’ortodossa riga doms.

seduta, guardo la bellissima e merlettata casa delle teste nere. ho freddo, cerco di resistere. lo sguardo divertito dei miei compagni, è un attimo! metto il piumino, oh ma perché ho aspettato così tanto? dieci gradi, per me è inverno altro che agosto!

sorrido, mi alzo, andiamo verso casa. in amatu iela, appaiono la piccola gilda e la grande gilda. poi di nuovo il daugava, il monumento alla libertà e una fame pazzesca. da lido un abbondante porzione di carne e verdura e l’irrinunciabile birra scura dei baltici mi riconcilierà con il freddo e la stanchezza.

torniamo a casa, domattina sveglia presto, si va a kolka.

kolka

scarpe al collo, cammino nell’acqua bassa che dal golfo di riga si trasforma in mar baltico.

guardo questo angolo enorme di cielo e di mare da capo kolka, dopo chilometri di boschi e paesetti sulla litoranea che da riga ci ha portato alla punta estrema della lettonia.

guardo questo confine di mondo, questo grandangolo di cielo - da sinistra a destra - e di mare,

e il mio occhio smarrisce il senso il confine,

che l’occhio non si capacita di tanto angolo, che riesce a vedere la curvatura del mondo,

come succederà guardando il cielo di tallinn dalla collina toompea, come succederà guardando le colline di kernav? salendo il milionesimo gradino di questo viaggio fatto di scale.

sdraiata, raccolgo il calore della sabbia bianca e del sole. poi spalanco gli occhi, sono giusto le voci dei miei compagni e grida di bimbi e di gabbiani che rompono il silenzio di questo luogo.

eppure questa riserva naturale protetta era una base militare sovietica. oggi è ciò che il mare e il vento desiderano farne. ciò che vedo sono le nostre scarpe appoggiate alle rocce, l'orizzonte che segue la curvatura della terra, un faro lontanissimo laggiù, scuri bastimenti che sembrano barchette di carta, correnti marine che increspano il mare lungo una rima selvaggia aspra surreale.

e gabbiani che volteggiano sulla testa del mondo.

torniamo verso la nostra auto ripassando tra i boschi, camminiamo lungo i sentierini tra licheni e cespugli di bacche rosse, vediamo un picchio giocare a nascondersi tra i tronchi, file di grosse formiche, uccellini.

lungo la strada ci fermiamo a bere un caffè e decidiamo di deviare dalla via litoranea per visitare l’oasi protetta del lago engure.

mersrags

all’altezza della cittadina di mersrags, deviamo verso l’interno per raggiungere l’oasi protetta del lago engure alla ricerca delle mucche blu. le leggende dell’antico popolo dei livoni, i fondatori della lettonia, raccontano che c’era una pastorella che piangeva disperata perché aveva perduto la sua mandria e che il mare commosso partorì alcune mucche dalla spuma delle sue onde,

o forse furono le sirene innamorate a donare agli uomini le mucche venute dal mare,

comunque furono l’acqua salmastra e il freddo e il vento.

camminiamo per una stradella sterrata, nel silenzio della macchia lacustre, ma delle mucche nessuna traccia. la nostra cocciutaggine ci regala altro, di non meno valore. di colpo, lo spazio si apre, una riva circondata da canne selvatiche, barchette attraccate a un pontile, casette senza recinzioni, due pescatori accovacciati che puliscono pesce spiccando teste e aprendo ventri con coltellini. la visuale è coperta dalla vegetazione, c’è una torretta di legno - ancora gradini - chiediamo in qualche modo se è possibile salire. in qualche modo loro ci rispondono,

è un istantanea tutto si ferma le mani sospendono il lavoro di una vita gli sguardi si incrociano,

poi loro ricominciano a tagliare gli occhi sul quotidiano,

e noi quattro scolaretti in gita saliamo in colonna i gradini fino al cielo.

alla fine di questo bellissimo viaggio paolo dirà che di chilometri ne abbiamo fatti tanti, più di duemila sulle ruote della gea, più di cento sulle nostre gambe, metà dico io salendo e scendendo scale.

ci guardiamo attorno, alle nostre spalle il bosco, davanti il lago engure picchiettato di isolotti di canne, poi acqua, poi una lingua di terra, poi di nuovo finalmente il mare. sembra di guardare indietro nel tempo, qui come a kolka la presenza della natura è palpabile, l’aria è intrisa di magia e di rondini e di nuvole. l’aria profuma, ci guardiamo grati l’un l’altro e cominciamo a scendere.

compriamo del pesce fresco affumicato in un villaggio di pescatori, la signora dai denti neri non sa una parola di inglese ma non importa. nel nostro sacchetto che profuma di legno bruciato ci sono un’aringa, un salmone e una trota. quando prepareremo la cena baltica a tallinn, io e paola sospireremo guardandoci negli occhi.

ceniamo di nuovo da lido, la catena di self service è un piacevole connubio tra la tradizionale cucina lettone e la praticità moderna del servizio. il mio salmone è buonissimo, il personale gentile e sorridente, lo spazio informalmente europeo. la birra e il sidro sono alla spina, i piatti riportano gli ingredienti per gli allergici, il prezzo è buono. e noi siamo stanchi e abbiamo fame. e abbiamo gli occhi pieni di cose.

giusto una passeggiata ancora in riga, non si può lasciare riga senza aver bevuto il black balsam.

“se non l’avete assaggiato, non siete mai stati a riga”.

il black balsam - ventiquattro principi attivi in forma di piante, fiori, gemme, succhi, radici, oli essenziali, bacche - è noto nella medicina popolare lettone come cura dei malesseri di stagione. e così seduti in piazza, alle nostre spalle la cantante vestita di bianco, il balsamo nero nelle nostre mani, chiacchieriamo di fisica di filosofia di religione. ci raccontiamo, ridiamo, ci godiamo l’un l’altro.

poter viaggiare è un dono enorme, è il modo migliore di conoscere e di conoscersi. e di danzare sul mondo. domattina presto, il sole brilla, partiremo per l’estonia.

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