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quello che mi propongo di raccontare in più tappe è un abruzzo nascosto, a volte dimenticato dai suoi stessi abitanti. l’abruzzo terra di streghe, caratterizzato da una miriade di feste che affondano le loro radici negli antichissimi culti matrifocali. nella più recente veste cristiana, tali culti sono sopravvissuti nei secoli. 

uno di questi è sicuramente il rituale dei serpari che si svolge a cocullo (aq) in primavera. per l’esattezza, dal 2012 ogni primo di maggio; prima di quell’anno la festa si svolgeva il primo giovedì di maggio, coerentemente al lunario contadino.
la festa in devozione di san domenico, patrono del bellissimo paese immerso nel parco nazionale d’abruzzo, risale al 1031 circa, anno della morte del santo. a cocullo è tuttora conservata una reliquia del suo corpo, un molare. particolare al quale sembra si debba l’altrettanto pagana usanza di visitare la chiesa di san domenico (attualmente chiusa dopo i danni causati dal sisma del 2009) e percorrerla fin dietro al suo abside, dov’è custodita una campanella. In fila, a quel punto, ogni devoto afferra coi denti la catenella della campana e tira per farla suonare due o tre volte a protezione dei suoi denti, poi raccoglie dentro quella stessa chiesa una particolare sabbia bianca (la terra di san domenico) che a mio umile giudizio “ospita” spore psicotrope. tale terra protegge le case dagli spiriti malefici, i campi dalla carestia e i corpi più coraggiosi dai veleni e dalle febbri. attualmente, la catena è conservata nella chiesa di santa maria delle grazie, così come la statua del santo. la processione dunque esce e torna alla chiesa di santa maria delle grazie, anch’essa “toccata” dal sisma, ma stabile e sicura.
di per contro, la tradizione profana attribuisce il rituale all’antichissimo culto dei serpenti e della dea angizia, la guaritrice, la conoscitrice di erbe, la dea dei serpenti che, ricordiamolo, sono uno dei più antichi simboli della dea madre, la dea dai mille nomi, la dea il cui nome è impronunciabile (...). 
secondo la più recente tradizione, il santo cavandosi il dente e donandolo agli abitanti di cocullo, innestò nei loro cuori una fede che soppiantò il culto pagano della dea angizia. ma mi permetto di dubitare della pacificità con cui il culto cristiano ha soppiantato quello matrifocale, visti i metodi non proprio incruenti con cui la chiesa ha combattuto le streghe...

la festa ha una preparazione molto lunga. in primavera (tarda, visto che in montagna fa freddo!), i serpari cercano i serpenti, li catturano e li segnano. ogni serparo ha i suoi serpenti con il proprio segno in capo. quegli stessi serpenti, alla fine della festa, saranno liberati nello stesso posto in cui sono stati catturati. si racconta che in tempi antichi i serpenti fossero sacrificati nello spazio che è ora lo spiazzale antistante la chiesa ma, date le numerose mistificazioni storiche sui culti matrifocali e soprattutto considerando il fatto che il serpente è una delle bestiole sacre alla dea madre in quanto simbolo di procreazione e fertilità (vedi ouroboros), di nuovo mi permetto di dubitarne. I serpenti sono custoditi in cassette di legno, anche se anticamente tali cassette erano vasi di terracotta, molto più simili al ventre materno, e nutriti con topi vivi e uova fino al giorno del rituale. le specie catturate sono quattro (biacco, cervone, saettone e biscia dal collare): nessuna velenosa, una sola piuttosto aggressiva (il biacco). non è raro infatti vedere le mani dei serpari e dei coraggiosi che chiedono di tenerli in mano piene di morsi.

al rituale partecipano quattro confraternite. oltre a quella d’abruzzo, infatti, cocullo ospita in quel giorno pellegrini provenienti da lazio, molise e campania, le terre devote al culto della dea angizia.
a mezzogiorno esatto la statua di san domenico, “vestita” da capo a piedi di serpenti, esce dalla chiesa di san domenico (ora dalla chiesa di santa maria delle grazie, come abbiamo detto) nel più totale silenzio e percorre tutte le strade del paese seguita dalla processione dei devoti. la processione è aperta da due fanciulle (le vergini), vestite  con abiti tradizionali, che portano sulla testa una cesta con cinque pani sacri di forma uroborica detti ciambellani. tali pani sono donati ai portatori della sacra immagine. se le serpi puntano col capo in su, la profezia è propizia e il raccolto sarà abbondante. se invece puntano col capo in giù o cercano di scendere dalla statua, la profezia è ovviamente non propizia.
alla fine della processione, il santo rientra nella chiesa di santa maria delle grazie, accanto alla madonna e a san rocco (protettore contro la peste). i pellegrini lo salutano cantando una canzone di commiato (bellissima e commovente) e, agitando la mano, escono a ritroso per non rivolgere le spalle alla triade. a quel punto, nel piazzale, canti balli e vino fino a sera!

segnalo, a sostegno di angizia e del suo culto, la festa pentecostale nella vicina luco dei marsi (dove c’è un tempio dedicato alla dea). e la bellissima madonna delle grazie, una delle tante “madonne zingare” (come le chiamo io...) d’abruzzo, caratterizzate dall’avere capelli veri in testa e collane di coralli al collo.

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