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La sua particolare posizione, con un clima che risente degli influssi marini provenienti dal vicino Mediterraneo, lo ha reso noto per la varietà della flora. Conserva, infatti, circa un quarto delle specie vegetali presenti in Italia. Varia e ricca la presenza della fauna: camosci, aquile, cervi, caprioli e galli forcelli popolano il territorio. Da qualche anno è ricomparso il lupo su queste montagne.

I primi insediamenti in Valle sono databili fra la tarda Età del Bronzo e le fasi finali dell’Età del Ferro. Sul Monte Cavanero, che sovrasta l’abitato, sono state ritrovate decine di urne Marguareiscinerarie appartenenti a quelle epoche e reperti bronzei. Resti romani, anche se meno numerosi, sono rintracciabili nel castrum a ridosso dei ruderi del castello di Mirabello e nel ritrovamento di monete coniate nel terzo secolo d.C.

Risale al 1173 il primo documento scritto riguardante la Valle, rappresentato da un atto con cui i signori di Morozzo, feudatari per conto del vescovo di Asti, donarono l’alta Valle Pesio all’ordine Certosino, ponendo così le basi per la costruzione della Certosa. In seguito il territorio passò sotto l’influenza dei Marchesi di Ceva e poi, a partire dal XVII secolo, legò il suo destino ai Solaro di Moretta e al Regno dei Savoia. Nel 1774 si segnala un pesante saccheggio per mano di truppe francesi e spagnole. Furono invece le truppe napoleoniche a depredare la Certosa nel 1802, disperdendo un grandissimo patrimonio artistico.

Lo sviluppo industriale ha luogo fra il Settecento e l’Ottocento. Oltre alla Regia Fabbrica dei vetri e dei cristalli, che darà prestigio e notorietà alla Valle, nascono quattro filande, una fabbrica di calce e una per l’estrazione del tannino, e tutte sfruttano l’energia idrica del Pesio. La popolazione cresce fino a contare circa 8000 persone. Il Museo della Regia Fabbrica dei vetri e dei cristalli e il Museo della ceramica rappresentano un vero percorso storico che restituisce, ordinandolo nello spazio espositivo, un ampio scorcio di questa passata e fiorente realtà industriale ed artigianale.

Per la Valle Pesio il Novecento è un secolo durissimo, segnato dalle guerre e dal flusso migratorio dalle aree montane. Dopo l’armistizio del ’43, la Valle diventa famosa per le imprese della sua banda partigiana, guidata dal leggendario Capitano Cosa. In ricordo di questa travagliata fase storica Chiusa di Pesio ospita il Museo della Resistenza. È anche possibile visitare il sacrario partigiano, ex cimitero, nel territorio del Parco.

La Resistenza

La Valle Pesio è stata centro nevralgico di resistenza partigiana. Un movimento di Resistenza al nazifascimo ha inizio subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre. Le prime unità si formano soprattutto in seguito allo sbandamento della Quarta Armata italiana schierata in territorio francese.

Intorno al 20 settembre del ’43 sale sui monti della Certosa il capitano di complemento degli alpini Piero Cosa, che insieme ad alcuni commilitoni e alla sorella Ottavia, pone le basi per quella che passerà alla storia come la Banda della Valle Pesio. Presto si uniscono a Cosa anche altri gruppi di partigiani come gli alpini rifugiati al Gias della Madonna e un gruppo di studenti cuneesi nascosto al Gias Sestrera.

La banda si distingue subito per azioni rischiose e mirate, tali da attirare sia l’attenzione dei tedeschi sia quella degli alleati, che più volte si rivolgono ai partigiani della Valle per accordarsi su azioni di disturbo contro il nemico, ma anche per distribuire viveri e aiuti.

L’8 aprile del 1944 i tedeschi lanciano una massiccia offensiva contro i partigiani: oltre 1500 soldati salgono in Valle per stanare i 170 combattenti della banda. I partigiani resistono grazie al fermo controllo di alcuni punti chiave, come il Passo del Duca, la strada di accesso al Pian delle Gorre e la Mirauda.

Dopo il rastrellamento la banda si disperde momentaneamente per dare vita, nel luglio del ’44, alla I Divisione alpina, poi nominata III Divisione Alpi e trasformata infine, a partire dal febbraio del ’45, nel Gruppo Divisioni R. Una piccola tipografia clandestina di Villanova stampa intanto il foglio “Rinascita d’Italia”.

Con l’arrivo dell’estate e poi dell’autunno cresce l’iniziativa partigiana. Nell’inverno del ’44 nuovi pesanti rastrellamenti disperdono gli uomini e rallentano l’azione militare fino al marzo successivo, quando l’offensiva partigiana si fa decisiva e i partigiani si preparano allo sforzo finale che porterà il Comitato di Liberazione Nazionale a prendere il controllo del territorio fino all’arrivo degli alleati.

I Certosini

I monaci sono presenti sul territorio a partire dal 1173, quando la parte alta della Valle viene ceduta al priore Uledrico dell’Ordine Certosino. Le terre vengono suddivise in grange, piccole aziende agricole controllate dal monastero. I monaci creano prima una Correria, casa dei membri laici del monastero, sulla sponda sinistra del Pesio, poi iniziano i lavori per la Certosa sulla sponda opposta del torrente, in un territorio ricco di vegetazione, stretto tra la montagna e il corso d’acqua. Nonostante le migliorie apportate, l’operato dei religiosi non è sempre apprezzato dai valligiani che si vedono privati delle terre dell’alta Valle prima sfruttate per il taglio della legna, il pascolo, la pesca e la raccolta dei prodotti del sottobosco. Gran parte della ricca vegetazione odierna della Valle tuttavia si deve proprio all’attenta organizzazione delle terre e della gestione dei boschi, che oggi definiremmo “sostenibile”, portata avanti dai monaci.

Nel 1802, con l’arrivo di Napoleone, i beni religiosi sono espropriati e molte delle opere d’arte custodite nel monastero vengono distrutte o disperse. In seguito la Certosa vivrà un temporaneo periodo di fama e splendore come istituto idroterapico, ospitando illustri personaggi quali i politici Camillo Benso Conte di Cavour, Massimo d’Azeglio e Giovanni Giolitti, lo scrittore Sthendal, l’egittologo Fabretti ed il botanico Burnat. Ritorna ad essere un edificio a carattere religioso nel 1934. Dopo lunghe opere di restauro i Padri Missionari della Consolata di Torino vi danno vita ad un apprezzato centro spirituale.
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